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Imprese e ICT, il rapporto 2020.

Le imprese usano il web ma solo le grandi integrano tecnologie più avanzate, mentre soltanto il 26,3% utilizza l’intelligenza artificiale. Un rapporto in chiaroscuro che conferma la modesta propensione delle piccole e medie imprese verso l’integrazione di sistemi tecnologici nei propri processi produttivi, come dimostra lo scarno 15,9% di PMI che hanno venduto i propri prodotti e servizi online.

Più nello specifico, nel corso del 2020 l’82% delle imprese con almeno 10 addetti non ha adottato più di 6 tecnologie tra le 12 considerate dall’indicatore europeo di digitalizzazione: una quota che aumenta nel Mezzogiorno (87,1%). Ancora, le applicazioni digitali più evolute sono poco utilizzate tra le PMI: circa l’8% dichiara di avvalersi di almeno due dispositivi smart o sistemi interconnessi, di robotica e analisi di big data e solo il 4,5% utilizza stampanti 3d nei processi di produzione.

Nonostante questi dati nel corso del 2020 si è registrata un’impennata dell’utilizzo dei servizi cloud. Il 97,5% delle imprese con almeno 10 addetti utilizza connessioni in banda larga fissa o mobile. Rimane stabile la quota di imprese che fornisce ai propri addetti dispositivi portatili (ad es. computer portatili, smartphone, tablet, ipad) che permettono una connessione mobile a Internet per scopi aziendali/lavorativi (62,6%; era 62,4% nel 2019).

Aumenta, inoltre, la percentuale di addetti che utilizzano un computer connesso a Internet per svolgere il proprio lavoro (53,2%; era 49,9% nel 2019). Tale incremento è probabilmente dovuto anche alla risposta delle imprese alla pandemia iniziata a marzo 2020. A livello settoriale, le differenze maggiori tra il 2019 e il 2020 sono state registrate tra le imprese del commercio al dettaglio (dal 48,8% al 58,0%), dell’industria dei prodotti in legno e carta, stampa (dal 39,1% al 45,5%) seguite da quelle dei settori della ristorazione (dal 21,6% al 26,7%), della metallurgia (dal 38,0% al 43,2%).

La dimensione dell’utilizzo di dispositivi mobili e connessioni mobili forniti dalle imprese ai propri addetti rimane in linea con i livelli dell’anno precedente ed è pari al 62,6%, contro il 62,4% del 2019 (non è rilevato il ricorso allo smart working con mezzi propri). Tale quota sale fino al 96,0% dei casi (95,3% nel 2019) per le grandi imprese che dichiarano di fornire tali dispositivi a circa un terzo dei propri lavoratori (33,6%; 29,5% nel 2019).

Tra le imprese con almeno 10 addetti connesse a Internet in banda larga fissa, la velocità massima di connessione cresce con la dimensione aziendale, senza particolari divari territoriali a livello di macro ripartizione. A livello regionale si evidenzia una buona performance delle imprese del Mezzogiorno: Sicilia, Basilicata e Campania si attestano tra le prime cinque regioni per quota di imprese connesse a Internet a velocità di download pari ad almeno 100 Mbps. La quota di imprese connesse con almeno 30 Mbps è pari a circa il 76% nel Mezzogiorno e nel Nord d’Italia mentre si attesta al 73,2% nelle regioni del Centro. Infine, le PMI (imprese con 10-249 addetti) connesse a velocità almeno pari a 30 Mbps sono il 75,0%, le grandi imprese il 90,5%.

Impresa sociale e lavoro giovanile
Impresa, foto Sardegnagol riproduzione riservata

Dati che indicano una proporzionalità tra il livello di digitalizzazione e la complessità aziendale. In generale, circa l’82% delle imprese con almeno 10 addetti si colloca a un livello ‘basso’ o ‘molto basso’ d’adozione dell’ICT, non essendo coinvolte in più di 6 attività tra quelle considerate; il restante 18% svolge invece almeno 7 delle 12 funzioni, posizionandosi su livelli ‘alti’ o ‘molto alti’ di digitalizzazione.

La dimensione aziendale e la complessità organizzativa sono in linea con il diverso grado di digitalizzazione delle imprese che si distinguono anche per la tipologia di tecnologie implementate. In base alle combinazioni dei 12 indicatori che compongono l’indicatore sintetico per classe di addetti, tra le imprese fino a 99 addetti i modelli più utilizzati includono al più una velocità di connessione almeno pari a 30 Mbit/s, l’invio di fatture elettroniche, il sito web, la presenza di specifici servizi offerti sul sito.

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Nel 2020, l’8,6% delle imprese con almeno 10 addetti dichiara di aver analizzato nell’anno precedente grandi quantità di informazioni (big data) ottenute da fonti di dati proprie o da altre fonti attraverso l’uso di tecniche, tecnologie o strumenti software. I big data vengono analizzati dalle imprese soprattutto internamente (7,4%) mentre il 2,8% esternalizza i servizi di analisi.

I dati più analizzati internamente sono generati dai social media (46,5% delle imprese), da informazioni di geolocalizzazione derivanti da dispositivi portatili (45,3%) e da dispositivi intelligenti e sensori digitali (31,1%). L’analisi di grandi quantità di dati ha riguardato circa un quarto delle grandi imprese mentre solo il 6,2% di quelle di minore dimensione (10-49 addetti) ha estratto dai dati informazioni rilevanti.

L’utilizzo di big data varia anche rispetto alla utilità di impiego delle analisi per la particolare attività dell’impresa e alla sua possibilità di produrre dati cui applicare specifiche tecniche di analisi. Infatti, tra le imprese che analizzano i dati internamente, le informazioni di geolocalizzazione sono valorizzate soprattutto da quelle dei settori del trasporto e magazzinaggio (93,7%), dei servizi postali e attività di corriere (76,7%), delle costruzioni (72,5%); i big data derivanti da dispositivi intelligenti o sensori invece dai settori della fabbricazione di computer (85,3%), metallurgia (69,1%) e tra le imprese delle industrie tessili (69,0%); i dati derivanti dai social media vengono analizzati internamente soprattutto dalle imprese di ristorazione (99,2%), commercio di autoveicoli (86,9%) e servizi ricettivi (85,0%).

Nel 2020, l’8,8% delle imprese con almeno dieci addetti usa robot industriali multiuso e riprogrammabili che si muovono almeno su tre assi o di servizio (8,7% nel 2018). Sono più diffusi i robot industriali (6,7%) rispetto a quelli di servizio (3,1%) e, per l’utilizzo dei primi, si distinguono le imprese che operano nella metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (26,2%), di mezzi di trasporto (25,5%) e di apparecchiature elettriche e/o per uso domestico (20,9%). Invece i robot di servizio sono utilizzati (ad esempio per la sorveglianza, il trasporto, la pulizia) soprattutto dalle imprese attive nella fabbricazione di computer e prodotti di elettronica e ottica (9,1%), nelle industrie alimentari (8,8%) e nella fabbricazione di mezzi di trasporto (7,8%).

Nel 2020, Eurostat ha proposto un indicatore di sintesi connesso alla diffusione di intelligenza artificiale (IA) nell’impresa tenendo conto del fatto che questa è presente in alcune tecnologie più che in altre. L’indicatore prende in considerazione l’adozione di chatbot nei rapporti via Internet con la clientela, di robot di servizio autonomi e capaci di interagire con le persone e dei metodi di analisi di big data quali l’apprendimento automatico, il riconoscimento vocale, l’elaborazione del linguaggio naturale. Il 91,8% delle imprese con almeno 10 addetti ha dichiarato di non aver utilizzato nel corso del 2019 alcuno strumento IA, il 7,9% delle PMI ne utilizza almeno uno contro il 26,3% delle imprese di maggiore dimensione.

Internet delle cose entra nei processi di una impresa su cinque. L’Internet delle cose (Iot) riguarda dispositivi interconnessi che raccolgono e scambiano dati e possono essere monitorati o controllati via Internet. Nel 2020, li utilizza il 23,1% delle imprese con almeno 10 addetti. In particolare, tra le imprese che hanno fatto ricorso a dispositivi Iot, sono più frequenti quelle che usano dispositivi, sensori intelligenti, tag RFDI o telecamere controllate da Internet per migliorare il servizio clienti (35,7%) e per ottimizzare il consumo di energia nei locali delle imprese (32,5%).

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Tali strumenti sono utilizzati soprattutto nel settore dell’energia (35,8%), in alcune attività manifatturiere come nella fabbricazione di computer e prodotti di elettronica (34,9%) e nelle industrie alimentari (27,0%), mentre nel settore dei servizi sono diffusi maggiormente nei servizi di postali (39,0%), nelle telecomunicazioni (32,0%) e nel trasporto e magazzinaggio (29,5%; Figura 3.a).

Le imprese che hanno adottato la stampa 3D nei processi produttivi, direttamente o tramite servizi forniti dall’esterno, sono il 4,7% (4,4% nel 2018). Il suo utilizzo è funzionale soprattutto alle imprese di maggiore dimensione (14,7% contro il 3,9% delle imprese più piccole) e a quelle manifatturiere: ha utilizzato le stampanti 3d il 40% delle imprese della fabbricazione di computer e prodotti di elettronica, il 27,6% di quelle della fabbricazione di mezzi di trasporto e il 15,4% della fabbricazione di apparecchiature elettriche per uso domestico.

Quattro grandi imprese su dieci effettuano vendite online. Nel 2019 la percentuale di imprese con almeno 10 addetti che hanno effettuato vendite onlinei continua a essere contenuta (16,3%) sebbene si sia registrato un incremento di due punti percentuali rispetto all’anno precedente. Una crescita più consistente ha riguardato le imprese con almeno 250 addetti, che risultano anche le più attive nel mercato delle vendite elettroniche (40,2%, dal 35,6% nel 2018) rispetto a quelle con 10-49 addetti (15,2%, dal 12,8% nel 2018).

Dal punto di vista economico, la quota di fatturato da vendite derivanti da ordini ricevuti online sul fatturato totale passa al 12,7% dall’11,5% del 2018; sono le imprese con 100 addetti e oltre che fanno da traino (circa il 17%) rispetto a quelle di minore dimensione (5,6%). La percentuale di imprese che nel corso del 2019 hanno venduto via web (13,7%) cresce di 1,8 punti percentuali e, tra queste, prevalgono quelle che hanno avuto come clienti i consumatori privati (84,1%) anziché imprese e amministrazioni pubbliche (57,2%).

Il canale web continua a essere preferito rispetto a quello degli scambi elettronici di dati in un formato stabilito (EDI) che è stato utilizzato dal 4,3% delle imprese con almeno 10 addetti (3,4% nel 2018). Tuttavia, quest’ultimo canale, impiegato soprattutto nelle transazioni business-to-business (B2B), continua a generare ancora una quota di fatturato online superiore a quello derivante dalle vendite effettuate via web (rispettivamente 8,6% e 4,0% del fatturato totale, mentre era 8,4% e 3,1% nel 2018, 6,2% e 4,6% nel 2017).

In alcuni settori dei servizi, più orientati agli scambi con consumatori privati, è maggiore la quota di ricavi derivanti da vendite via web, app e marketplace, come per i servizi delle agenzie di viaggio (20,2% del fatturato deriva dal web e solo il 4,2% dal B2B) e delle imprese ricettive (rispettivamente 37,8% e 2,3%). Per effetto delle limitazioni dovute alla pandemia, per questi settori è attesa una variazione negativa nel prossimo anno mentre per altri la prossima indagine coglierà un salto tecnologico e economico riferito all’ausilio delle vendite online.

I settori che contribuiscono maggiormente al fatturato online delle imprese con almeno 10 addetti si confermano quelli del commercio all’ingrosso e al dettaglio (30,8%), della fabbricazione di mezzi di trasporto (15,0%) e, a seguire, dei servizi di fornitura di energia (14,9%).
In termini di imprese che effettuano vendite online, quelle del settore del commercio contribuiscono per quasi un terzo (28,9%), seguono i servizi di alloggio (19,4%) che tuttavia concorrono soltanto al 2,5% del fatturato online totale e al 7,7% di quello via web.

Le piattaforme digitali conquistano il settore della ristorazione nelle vendite web. Nel 2019, le imprese che hanno venduto beni e servizi via web nel corso dell’anno precedente hanno dichiarato di averlo fatto nel 76,8% dei casi (75,8% nel 2018) tramite siti web o app dell’impresai e nel 64,3% attraverso e marketplace o app di intermediari utilizzati da molteplici imprese (60,7% nel 2018, 64,1% nel 2017).

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Tra le imprese che hanno venduto beni e servizi via web, l’uso di piattaforme digitali è particolarmente diffuso nel settore della ristorazione (99,4%, era 62,9% nel 2018) e dei servizi ricettivi (97,6%, era 97,9 nel 2018) dove sono attivi alcuni tra i principali intermediari online conosciuti sul mercato.
In termini economici l’84,4% delle vendite deriva da ordini ricevuti su canali propri e il restante 15,6% da quelli connessi a intermediari digitali. In controtendenza rispetto ai totali nazionali emergono il settore delle costruzioni e della fabbricazione di computer nei quali circa il 91% dei ricavi via web proviene da vendite effettuate tramite piattaforme digitali, seguono le imprese della ristorazione (64,2%, dal 36,0% nel 2018) e quelle del settore ricettivo (62,6%, 60,6% nel 2018).

Tra le imprese che vendono online tramite siti web o app di un intermediario, il 37,0% ha dichiarato di avvalersi di un solo marketplace mentre il 63,0% utilizza due o più canali. Lo studio di questo indicatore nei prossimi anni aiuterà a definire il modello di business online utilizzato dalle imprese. In particolare, la monocanalità viene preferita dall’81,6% delle imprese delle attività professionali, scientifiche e tecniche, dal 79,4% delle imprese attive nella fabbricazione di coke e di prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio e dal 74,3% di quelle delle industrie alimentari. Il settore degli alloggi (78,7%), le agenzie di viaggio (70,4%) le attività immobiliari (69,7%) utilizzano più di due piattaforme per le vendite via web.

Innovazione e impresa, Meeting imprese, foto Diarmuid Greene/Collision via Sportsfile
Meeting imprese, foto Diarmuid Greene/Collision via Sportsfile

Si riduce la quota di imprese che impiegano esperti ICT. Nel 2020 si riduce la quota delle imprese con almeno 10 addetti che impiegano esperti ICT (dal 16,0% al 12,6%) mentre si conferma la presenza di specialisti informatici tra il personale delle imprese con almeno 250 addetti (72,0%, dal 73,1% nel 2019).
Sebbene le imprese di maggiore dimensione siano anche le più attive nell’assumere o provare ad assumere specialisti ICT, anche per loro si registra una contrazione di quelle che, nel 2019, hanno reperito o cercato di reperire personale specializzato (dal 38,4% del 2018 al 36,3%) e si attesta al 17,3% la percentuale di imprese con almeno 250 addetti che dichiarano di aver avuto difficoltà a coprire posti vacanti per addetti con competenze informatiche (ovvero il 47,8% di quelle che hanno provato ad assumerli o li hanno assunti).
Il 63,0% delle imprese dichiara di aver utilizzato nel 2019 personale esterno per la gestione di attività legate all’ICT quali manutenzione di infrastrutture, supporto e sviluppo di software e di applicazioni web, gestione della sicurezza e della protezione dei dati. Tale quota aumenta con la dimensione dell’impresa: dal 61,7% delle imprese di minore dimensione si passa al 79,0% di quelle con almeno 250 addetti.
Nel 2019, il 15,5% delle imprese con almeno 10 addetti (19,4% nel 2018) e il 59,6% tra quelle più grandi hanno organizzato corsi di formazione per sviluppare o aggiornare le competenze ICT dei propri addetti.
Scende molto, dal 16,3% all’11,7%, anche la quota di imprese con almeno 10 addetti che hanno svolto corsi di formazione informatica rivolti a personale senza competenze specialistiche in ICT. Le attività economiche nelle quali si evidenzia maggiore attenzione anche questo tipo di formazione, sono quelle legate al settore delle telecomunicazioni (39,4%), dell’informatica e altri servizi d’informazione (34,2%) e a seguire risultano le attività editoriali (27,4%), le attività professionali, scientifiche (21,9%) e quelle dei servizi delle agenzie di viaggio (19,1%).

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