Il declino dell’egemonia statunitense, Masahiro Matsumura: “Ucraina pedina di Biden”.

Con la decisione di invadere l’Ucraina la Russia ha deciso di ribaltare l’assetto dell’Ucraina, Paese da sempre considerato alla stregua di uno Stato cuscinetto strategico tra le due sfere di influenza, americana e russa. Un aggiustamento geopolitico inevitabile alla luce del grande spostamento di potere collegato all’importante declino egemonico degli Stati Uniti.

Alla luce di questo fenomeno, perché la Russia ha scelto senza mezzi termini di adottare una soluzione militare così estrema e perché l’Ucraina non ha perseguito una soluzione diplomatica accomodante con la possibilità di ottenere condizioni favorevoli? Una domanda alla quale ha provato a rispondere Masahiro Matsumura, professore di Politica Internazionale e Sicurezza Nazionale, all’Università Momoyama Gakuin Daigaku di Osaka, nonché membro dell’IFIMES.

Per Matsumura, l’impostazione delle relazioni con la Russia disegnata dal Presidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden, sarebbe uno degli elementi alla base dell’attuale conflitto in Ucraina. Negli ultimi mesi, l’amministrazione Biden ha risposto duramente alla Russia, senza, però, avere la possibilità reale per sostenere una efficace politica di deterrenza. Nella fase pre-crisi del deterioramento delle relazioni bilaterali sull’Ucraina, in una videochiamata con il presidente Vladimir Putin – del 7 dicembre 2021, il presidente Joe Biden aveva minacciato severe sanzioni economiche in caso di invasione russa dell’Ucraina, escludendo, però, l’intervento militare contro l’invasione.

Una prospettiva di intervento, quindi, limitata e resa meno preoccupante dallo status dell’Ucraina, Paese fuori dalla NATO, sul quale gli Stati Uniti non possono esercitare alcuna difesa per difendere la Nazione. Inoltre, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non può autorizzare una sanzione militare contro la Russia -essendo la Federazione Russa inclusa tra i 5 membri permanenti -. Ancora, una guerra convenzionale su vasta scala con la Russia, una grande potenza che possiede una parità nucleare strategica con gli Stati Uniti, è praticamente irrealizzabile perché comporta grandi rischi di escalation che potrebbero portare ad un Armageddon nucleare. 

Anche molto prima dell’aggressione russa, era chiaro, per Matsumura, che l’Ucraina da sola avrebbe sicuramente dovuto resistere senza alcun rinforzo della NATO, con il solo apporto di armi e munizioni fornite dagli Stati Uniti e dai suoi alleati.

A peggiorare l’attuale scenario, prosegue l’analisi del professore giapponese, l’inefficacia delle sanzioni economiche difficilmente capaci di costringere un aggressore determinato come la Russia a fare marcia. Paese, come ricordato nel corso di un recente meeting tra i presidenti Putin e Lukashenko, sopravvissuto alle sanzioni imposte dopo l’invasione della Crimea nel 2014, sviluppando una notevole capacità di resistenza. Inoltre, la Russia sarà probabilmente sostenuta dalla Cina, Nazione disposta ad acquistare il surplus di petrolio e gas russi.

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Senza buone carte in mano, gli Stati Uniti, in stretto coordinamento con i principali alleati, continua Matsumura, avrebbero dovuto esplorare una soluzione diplomatica più incisiva sulla questione ucraina. Ma, secondo i dati analizzati dal professore giapponese, il presidente Biden e il suo team di politica estera hanno adottato poche misure efficaci per ridurre la preoccupazione esistenziale della Russia sull’espansione della NATO in Ucraina.

Al contrario, l’amministrazione Biden avrebbe adottato misure che avrebbero accelerato l’invasione della Russia, a condizione della sua tenace linea politica sull’espansione della NATO in Ucraina e del continuo sostegno al suo governo filo-USA piegato all’adesione alla NATO, insieme a significativi trasferimenti di armi e al relativo addestramento militare delle forze ucraine. Più specificamente, solo per tre o quattro mesi prima dell’invasione, l’amministrazione Biden ha apertamente effettuato sostanziali consegne di armi all’Ucraina, inclusi 180 missili anticarro letali portatili Javelin, nonché molti missili antiaerei Stinger.

Una mossa che l’allora presidente Barack Obama aveva rifiutato categoricamente per non alimentare l’escalation militare con la Russia. Iniziativa, però, che l’allora vicepresidente Joe Biden, voleva approvare. In tempi recenti la ‘brillante iniziativa’ del presidente Joe Biden avrebbe inequivocabilmente compromesso la negoziazione diplomatica già prima dell’invasione ucraina da parte della Russia.

Si pone quindi per Matsumura, la questione del motivo per cui sia il Governo statunitense che quello ucraino abbiano aderito rigidamente alla linea politica sull’espansione della NATO in Ucraina, nonostante il chiaro pericolo di guerra. 

Dopo la rivoluzione arancione del 2014, l’Ucraina ha integrato saldamente la sua politica di adesione alla NATO, rendendo la propria linea politica irreversibile e segnando, di fatto, un netto allontanamento dai continui spostamenti tra l’orientamento esterno filo-russo e filo-occidentale che hanno accompagnato la politica ucraina negli ultimi 20 anni.

Masahiro Matsumura, foto IFIMES

Più in particolare, nel giugno 2017 l’Ucraina ha modificato le sue leggi sulla sicurezza nazionale e sulla politica interna ed estera, sancendo il suo impegno giuridicamente vincolante di raggiungere l’adesione alla NATO. Nel settembre 2018, un disegno di legge ha poi ribadito l’identità europea del popolo ucraino. L’articolo 85 del disegno di legge, in particolare, prevede di autorizzare il legislatore a determinare i fondamenti della politica interna ed estera e ad attuare il corso strategico dello stato per ottenere la piena adesione del paese alla NATO e all’UE. L’articolo 102 prevede, ancora, di designare il Presidente quale garante dell’attuazione del corso. L’articolo 116 prevede che il Consiglio dei Ministri assicuri l’attuazione del corso. La cosa più offensiva dal punto di vista russo è la clausola 14, sezione 15, che consente di affittare basi militari esistenti per lo stazionamento temporaneo di formazioni militari straniere.

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Biden, sotto l’Amministrazione Obama, prosegue Matsumura, ha effettuato sei visite ufficiali in Ucraina, assumendo la responsabilità primaria degli affari ucraini. Visite che hanno sottolineato il sostegno degli Stati Uniti al Paese nel contesto dell’allargamento democratico liberale e hanno messo in evidenza il suo coinvolgimento personale nell’operazione. Già durante la sua prima visita del luglio 2009, Biden assicurò il Governo ucraino del sostegno degli Stati Uniti alla candidatura dell’Ucraina all’adesione alla NATO e sulla sua minore dipendenza dalla Russia per l’energia.

I documenti analizzati dal docente giapponese, attestano gli ampi contatti di Biden con i circoli politici e commerciali dell’Ucraina. Contatti che hanno portato alla costruzione di reti interpersonali importanti, dando all’attuale presidente degli Stati Uniti d’America, l’opportunità di avviare manovre politiche e di esercitare un’influenza significativa sul Paese, dato il significativo invio di aiuti militari ed economici al Paese, sotto l’amministrazione Obama, nonché a promuovere investimenti nel settore energetico, riforme democratiche, giudiziarie ed economiche, a partire dall’eliminazione della corruzione e dei lasciti sovietici in Ucraina.

Sullo sfondo di questa azione, ricorda Matsumura, Biden avrebbe esercitato il suo potere sulla politica ucraina per sostituire l’allora procuratore generale ucraino Viktor Shokin coinvolto nella lotta alla corruzione nel Paese. Una volontà particolarmente controversa dato che Hunter Biden – figlio dell’allora vicepresidente considerato la “pecora nera” della famiglia, secondo alcune fonti, congedato dalla Marina nel 2014 poiché trovato positivo alla cocaina – era fortemente sospettato di essere coinvolto in uno scandalo di corruzione relativo a Burisma Holdings, una grande compagnia privata di estrazione di petrolio e gas in Ucraina, fortemente interessata ai ricchi giacimenti di gas non ancora esplorati del Donbass. Lo stesso Hunter Biden, avrebbe fatto parte del consiglio di amministrazione della holding con uno stipendio mensile di 50mila dollari.

Elementi ai quali si allaccia il declino egemonico degli Stati Uniti. Grazie alla rapida ascesa della Cina, come evidenziato dalle note osservazioni del presidente Obama del settembre 2013, secondo cui gli Stati Uniti non erano più i “poliziotti del mondo”, nel corso dell’Amministrazione Trump, sono emerse forze anti-globaliste nella politica americana, fortemente pronunciate contro la linea egemonica degli Stati Uniti e promotrici del multipolarismo.

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In questo contesto, la questione della Russia era al primo posto nell’agenda, almeno per scopi tattici anti-globalisti, anche nella fase preludio della campagna elettorale presidenziale del 2017, perché l’allineamento diplomatico con la Russia è ritenuto un tassello essenziale per utilizzare il Paese come un importante contraltare strategico contro la Cina. Ciò doveva per forza di cose passare dalla necessità di sminuire il forte antagonismo americano contro la Russia e siglare un accordo con la Russia per formare un fronte comune contro la Cina. I globalisti, invece, hanno cercato di mantenere l’antagonismo contro la Russia minando le spinte anti-globalistiche.

Non c’è da stupirsi, secondo Matsumura, se i globalisti hanno inventato il cosiddetto “Russiagate” con l’intento di mettere sotto accusa il presidente Trump. Impantanato nello scandalo ‘creato ad arte’, quindi, il presidente Trump avrebbe deciso di placare l’establishment nominando al posto di Michael Flynn, il generale Herbert McMaster e poi John Bolton, entrambi a sostegno dell’approccio anti-russo e di quello competitivo nei confronti della Cina. 

Inoltre, ricorda Matsumura a dimostrazione di tale paradigma, il primo Segretario di Stato dell’amministrazione Trump, Rex Tillerson, aveva una vasta esperienza sulla Russia, nonché contatti con i vertici politici ed economici della russia.

Se il presidente Trump fosse stato rieletto per il secondo mandato, avrebbe adottato almeno un approccio parzialmente accomodante nei confronti della Russia in modo da consentire la formazione di un fronte comune contro la Cina, con sforzi per abbandonare la politica egemonica di lunga data verso il multipolarismo . Ciò avrebbe comportato un accordo con la Russia per mantenere la stabilità regionale centrata sull’Ucraina, trasformando il paese in uno stato cuscinetto come uno stato neutrale o uno stato finlandizzato. In tal modo, sarebbe stato possibile trovare condizioni più favorevoli di quelle che potrebbero essere stabilite da una catastrofica sconfitta dell’Ucraina nell’attuale guerra con la Russia.

Evidentemente, conclude Matsumura, l’attuale guerra Russia-Ucraina è stata una conseguenza della cattiva gestione globalista del declino egemonico statunitense in cui il presidente Biden ha svolto continuamente un ruolo centrale per più di un decennio. Tuttavia, ciò che ha spinto il presidente Putin a commettere l’indicibile atto di aggressione contro l’Ucraina rimane un mistero.

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