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Youthpass, un certificato senza peso: l’Ue ammette che non è comparabile al Servizio Civile Nazionale.

Ad oggi il famigerato Youthpass – il certificato rilasciato al termine della partecipazione a progetti nell’ambito dell’Erasmus+ o dell’ESC – serve poco o nulla. Non garantisce alcun riconoscimento formale e, di fatto, finisce per giustificare un’idea vaga e inconsistente di “educazione e formazione” veicolata attraverso i programmi europei per la gioventù, senza produrre effetti concreti nei percorsi di accesso al lavoro pubblico. È questo, in sostanza, il quadro che emerge dalla risposta della Commissione europea a un’interrogazione dell’eurodeputato Giuseppe Antoci.

Il tema è la comparabilità tra le esperienze di volontariato europeo certificate con Youthpass e i sistemi nazionali di servizio civile. In Italia, ad esempio, la legge n. 74 del 21 giugno 2023 riserva il 15% dei posti nei concorsi pubblici a chi ha completato con successo il Servizio civile universale. Un riconoscimento chiaro, normato e spendibile. Nulla di simile, però, è previsto per chi ha partecipato a programmi europei di volontariato, pur in possesso dello Youthpass. L’unico risultato? Stampare inutile carta.

Nella sua interrogazione, in particolare, Antoci ha chiesto alla Commissione se ritenga comparabili, nella pratica, il volontariato Ue certificato da Youthpass e il servizio civile nazionale, e se non sia opportuno introdurre linee guida europee per favorire una qualche equivalenza funzionale tra i due percorsi.

La risposta di Bruxelles, firmata dal commissario Glenn Micallef, è netta e per certi versi (ma non troppo) disarmante. La Commissione chiarisce che lo Youthpass può essere rilasciato per un’ampia gamma di attività di apprendimento non formale sostenute da Erasmus+ e dal Corpo europeo di solidarietà, incluse esperienze di durata molto breve e persino attività che non hanno nulla a che vedere con il volontariato. Elementi che rendono impossibile qualsiasi paragone con il Servizio civile universale italiano, che prevede requisiti stringenti in termini di durata, impegno e finalità.

Secondo la Commissione, le attività di solidarietà europee “integrano, ma non replicano” i sistemi nazionali. Anche quando perseguono obiettivi simili, le differenze di durata e di contenuto sono tali da escludere un’equivalenza automatica. In altre parole, lo Youthpass non può essere considerato, né oggi né nel prossimo futuro, un titolo paragonabile al servizio civile ai fini dei concorsi pubblici.

Quanto al valore del certificato, Bruxelles si limita a ricordare che la versione completa dello Youthpass contiene informazioni utili affinché le autorità nazionali possano, eventualmente, riconoscere o meno l’esperienza maturata, caso per caso. Una formula che, nei fatti, scarica ogni responsabilità sugli Stati membri (tanto per cambiare…a che serve l’Ue se ha competenza solo sulla politica agricola comune) e conferma l’assenza di un riconoscimento strutturato a livello europeo.

Il risultato è evidente: lo Youthpass resta uno strumento debole, privo di valore giuridico e incapace di incidere realmente sulle opportunità dei giovani. Più che un ponte verso il lavoro o il servizio pubblico, appare come un attestato simbolico, utile soprattutto a legittimare un sistema di “educazione non formale” che, senza un riconoscimento concreto, rischia di restare autoreferenziale. In un’Europa che parla molto di competenze e mobilità, il paradosso è che uno dei suoi principali certificati per i giovani non apre, di fatto, nessuna porta.

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