14 Ottobre 2026
Erasmus+Europa

Università. La spendita dei fondi Jean Monnet tra opacità e soft power

Le Azioni Jean Monnet, istituite dalla Commissione europea nel 1989, finanziano cattedre, corsi universitari e progetti di ricerca sull’Unione europea in oltre mille atenei nel mondo. Secondo quanto dichiarato dalla stessa Commissione, questi programmi hanno l’obiettivo di sostenere i decisori politici e rafforzare il dibattito sulle politiche europee. Ma il meccanismo di finanziamento (decisamente controverso) è finito nel mirino di un gruppo di eurodeputati del gruppo Patrioti per l’Europa (PfE) e del gruppo ESN, che ne hanno messo in discussione la neutralità accademica.

Nell’interrogazione i firmatari evidenziano che, sostenendo in maniera esclusiva l’insegnamento sull’integrazione europea, questi fondi rischino di promuovere una visione sostanzialmente favorevole alle politiche comunitarie, a discapito di approcci più critici incentrati sulla sovranità degli Stati membri.

Da qui la richiesta alla Commissione von der Leyen di chiarire quali garanzie esistano per assicurare il rigore accademico dei programmi finanziati attraverso le Azioni Jean Monnet; se i finanziamenti concessi siano sottoposti a una valutazione volta a escludere che vengano utilizzati per promuovere una visione unicamente federalista dell’integrazione europea; e se la Commissione intenda pubblicare una valutazione indipendente dell’impatto politico e ideologico delle Azioni Jean Monnet sull’istruzione superiore europea.

La risposta della Commissione europea.

A rispondere, ieri, è stata la vicepresidente esecutiva Roxana Mînzatu, a nome dell’esecutivo comunitario. Nella sua replica, Mînzatu ha ricordato che “le Azioni Jean Monnet, inserite nel programma Erasmus+, hanno l’obiettivo di promuovere l’insegnamento, la ricerca e il dibattito sull’Unione europea, favorendo al contempo un dialogo aperto, il pensiero critico e la partecipazione democratica”. Secondo la vicepresidente, il programma si fonda sui diritti e sui valori dell’UE, inclusa la libertà accademica, e sostiene gli istituti di istruzione superiore nell’insegnamento e nella ricerca nel campo degli studi europei, includendo anche l’esame critico delle politiche e delle istituzioni comunitarie, con progetti che possono esplorare punti di vista critici o sottorappresentati.

La Commissione ha inoltre precisato che gli istituti di istruzione superiore mantengono piena autonomia nella gestione dei propri progetti, e che il rigore accademico è garantito da diverse misure: le valutazioni obbligatorie previste dall’articolo 24 del regolamento Erasmus+, che assicurano verifiche indipendenti; una procedura di selezione aperta e competitiva, basata su criteri di eccellenza e merito; e la valutazione dei progetti da parte di esperti esterni imparziali, secondo criteri predefiniti pubblicati nella Guida al Programma.

Ma siamo sicuri, visto il bias facilmente riscontrabile all’interno delle varie agenzie europee – responsabili dei programmi CERV, Erasmus+, Creative Europe, ecc. – verso le proposte progettuali critiche del “mondo edulcorato dell’Ue”, che la trasparenza sia di casa dalle parti delle azioni Jean Monnet?

Il dubbio è categorico ma per la Minzatu, “le decisioni di finanziamento riflettono valutazioni esperte e una rigorosa procedura di selezione”. Una risposta secca che evidenzia un certo nervosismo dalle parti di Bruxelles, da sempre in prima linea per utilizzare i fondi Ue per “fare pression” e spingere verso quel soft power europeo sempre più inconsistente e oneroso.