Erasmus+, CERV e Creativa Europa: quando la cultura europea è solo soft power.
Dietro le parole chiave della retorica comunitaria — inclusione, valori, cittadinanza europea, resilienza culturale — emerge un quadro che lo stesso studio del Parlamento europeo finisce per raccontare quasi involontariamente: i programmi culturali dell’Unione stanno progressivamente trasformandosi in strumenti di legittimazione politica più che in leve di cambiamento reale.
Lo studio “EU funding instruments for policy fields under the remit of the CULT Committee” fotografa un sistema vasto e complesso, ma anche profondamente contraddittorio.
Il dato che pesa: tanta narrazione e pochi soldi.
Erasmus+, European Solidarity Corps (ESC), Creative Europe e CERV — i programmi simbolo dell’Europa culturale — rappresentano complessivamente meno del 3% del bilancio pluriennale UE. Una percentuale minuscola, che, di fatto, ridimensiona la retorica dell’Europa della cultura e dei giovani. La maggior parte delle risorse arriva infatti da fondi più generici — coesione, sviluppo regionale, ricerca — dove cultura ed educazione sono voci secondarie e spesso non tracciabili con precisione.
In altre parole: la cultura europea esiste più nei documenti che nei numeri.
Domanda altissima, impatto limitato.
Lo studio riconosce apertamente un problema strutturale: la domanda di finanziamento supera di gran lunga le risorse disponibili, lasciando migliaia di progetti senza copertura nonostante siano perfettamente allineati agli obiettivi europei ma meno con il bias e la discriminazione che aleggia da anni dentro le agenzie europee responsabili e, soprattutto, all’intenro dei “pool dei valutatori” delle proposte progettuali.
Un sistema che crea un paradosso: programmi celebrati per la loro apertura, ma incapaci di sostenere gran parte delle iniziative che dichiarano di voler promuovere.
La conseguenza è un ecosistema competitivo dove non vince necessariamente il progetto più innovativo, ma quello più conforme alla narrazione edulcorata del “fantastico mondo Ue” e più capace di interpretare la grammatica istituzionale dei bandi.
Burocrazia e filtro linguistico.
Il documento parla apertamente di procedure complesse, carichi amministrativi elevati e difficoltà per le piccole organizzazioni, aggravate dal fatto che spesso la documentazione è disponibile soltanto in inglese.
Risultato: partecipare richiede competenze tecniche, tempo e strutture dedicate (ma qualcuno anche nell’Agenzia Italiana per la Gioventù ha l’ardire di parlare di “inclusione dei giovani vulnerabili”). Non proprio l’ideale per realtà culturali indipendenti, gruppi locali o progetti meno allineati ai circuiti consolidati.
Il rischio implicito — che molti operatori già denunciano — è la formazione di una “bolla europea” di “professionisti del progetto” capaci di navigare i meccanismi di funding più che di produrre impatto sociale reale.
La centralizzazione silenziosa.
Lo studio dedica ampio spazio alla riorganizzazione futura: l’UE, infatti, propone di fondere programmi storicamente distinti: l’Erasmus+ con l’ESC, Creative Europe con il CERV dentro il nuovo contenitore AgoraEU, con l’obiettivo dichiarato di semplificare. Ma, basta solo un po’ di analisi, l’idea è che con questa dinamica i programmi Ue perderanno la loro identità, con una collegata riduzione della visibilità di settori specifici (Gioventù potrebbe essere uno di questi), senza contare la maggiore discrezionalità della Commissione Ue e il minore controllo parlamentare sui programmi annuali. Tradotto: meno frammentazione, ma anche meno pluralismo.
Soft power europeo?
Pur senza dirlo esplicitamente, il quadro che emerge suggerisce un uso crescente di questi programmi come strumenti di coesione narrativa europea: promozione di valori comuni, cittadinanza attiva e identità europea. Che poi siano elementi sostanziali che importa in Ue.
Lo studio evidenzia infatti che l’UE considera tali strumenti fondamentali per rafforzare visibilità e percezione positiva dell’Unione, soprattutto tra i giovani. E, guardando anche a una sospetta modalità di allocazione di risorse sul fronte di Erasmus+ Gioventù, l’idea è che si voglia più andare a finanziare gli angoli più disparati dell’Ue (portando “gioia e moneta” a un numero crescente e informe di organizzazioni) che sostenere progetti di impatto e sostenibili nel tempo.
Quando le risorse sono limitate e i criteri rigidamente orientati alle priorità politiche del momento, insomma, la linea tra sostegno culturale e soft power diventa sottile.
Il nodo della trasparenza.
Un altro elemento critico è la difficoltà di tracciare esattamente dove e come vengono spesi i fondi culturali: il monitoraggio non è obbligatorio per molti programmi e il quadro reale della distribuzione territoriale resta poco chiaro.
Senza dati granulari, quindi, la valutazione dell’impatto reale rischia di restare una narrazione autoreferenziale più che una misurazione concreta.
Una macchina che funziona… ma per chi?
Lo studio riconosce risultati positivi e indicatori spesso in linea con gli obiettivi. Ma la domanda politica resta aperta: quei risultati raccontano davvero trasformazione sociale o semplicemente efficienza amministrativa?
Perché alla fine la sensazione, leggendo tra le righe, è che i programmi culturali europei funzionino bene come macchina istituzionale — meno come strumento radicale di cambiamento dal basso.
