Pnrr, Governo Meloni in ritardo: 17 scadenze entro il 30 giugno.

Negli ultimi giorni il Governo ha depositato in Parlamento la 3a relazione sullo stato di attuazione del Pnrr. Un report deprimente dove non sono per nulla occultate le difficoltà emerse nel nostro Paese per la realizzazione del piano.

Esecutivo, come l’incompetenza al Governo ricorda, vago sulle soluzioni da proporre sul piatto per la riformulazione del piano. Contrariamente a quanto rilevato in altri Paesi UE (Malta e Irlanda), la partita iniziata dal Governo Meloni si appresta ad essere, quindi, un vero e proprio braccio di ferro con l’Europa.

Ciò che sembra certo, secondo la Fondazione Openpolis su dati OpenPNRR, è che la revisione interesserà gli interventi previsti in questo semestre, mettendo così a rischio la richiesta della quarta rata di risorse. Tranche che non sarà richiesta dall’Esecutivo Meloni nei tempi previsti.

Governo decisamente in affanno sul Pnrr dal momento che, allo stato attuale, sono 17 le scadenze da completare entro il 30 giugno. A far saltare il banco i vincoli del Pnrr (qualcuno/a forse vorrebbe gestire le risorse con la più ampia flessibilità), con la probabilità, non troppo remota, di procedere ad una revisione al ribasso dei salvifici obiettivi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, da tempo comunicati in modo ridondante per usare un eufemismo. Senza contare che entro la fine dell’anno il “Bel Paese” dovrebbe spendere ancora 58,3 miliardi di euro entro il 2023. Difficile con i tempi dell’attuale tabella di marcia.

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Ad essere intaccate, con altrettanta certezza, saranno i principali temi del piano, a partire dall’ambiente, digitalizzazione, riduzione dei divari territoriali, di genere e generazionali.

Fra i principali elementi di criticità della 3a relazione, secondo Fondazione Openpolis, i vincoli europei che “avrebbero rallentato la realizzazione di molti progetti”, ancora la scarsa capacità amministrativa degli enti locali e il mutato contesto internazionale.

Il nostro Paese, quindi, rischia di bloccarsi nell’attuazione delle scadenze del semestre in corso e di non richiedere la quarta rata a fine giugno.

Due scadenze rischiano ritardi, si legge nell’analisi di Fondazione Openpolis: l’aggiudicazione degli appalti pubblici per il rinnovo del parco ferroviario e la firma del contratto per realizzare 9 studi cinematografici. Altre due invece sono sotto revisione: la ristrutturazione di edifici attraverso superbonus e sismabonus e dell’aggiudicazione degli appalti pubblici per lo sviluppo di stazioni di rifornimento a base di idrogeno.

“Se ciò fosse confermato – prosegue – la quarta rata non verrà richiesta a fine giugno, ma solo in un secondo momento rispetto all’approvazione delle modifiche. Un processo che potrebbe durare diversi mesi e che al momento è lontano dall’essere avviato. Per quanto legittima quindi, l’intenzione di modificare le scadenze del semestre in corso rischia di causare ulteriori ritardi nell’avanzamento sia dei lavori sia della spesa“.

Anche osservando i dati sul quadro attuale si nota uno stallo sulle scadenze. Tanto che a tre settimane dalla fine del semestre, sono ancora 17 gli interventi da conseguire. Inoltre è importante ricordare che l’Italia sta ancora aspettando la terza rata di fondi Pnrr (19 miliardi di euro), rinviata dalla commissione per delle criticità individuate su alcuni progetti approvati nel 2022.

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Un Paese decisamente disorganizzato e con una scarna capacità amministrativa riscontrabile specialmente tra gli enti pubblici territoriali. Enti, paradossalmente, potenziali beneficiari della più importante tranche di finanziamento ma privi di risorse umane capaci e numerose.

Dinamica confermata, in alcuni casi, dalla decisione di alcune amministrazioni locali di rinunciare a partecipare ai bandi del Pnrr, mentre in altri non sarebbero state in grado di portare a conclusione le gare d’appalto per l’assegnazione dei lavori nei tempi previsti. Altre, infine, avrebbero presentato progetti che non soddisfacevano i criteri richiesti.

A metà giugno dovrebbero andare in scena gli incontri tecnici per “verificare l’ammissibilità delle richieste di modifica o di riprogrammazione delle risorse”.

Nel frattempo sono evidenti i notevoli ritardi nella spesa delle risorse del “salvifico” piano di ripresa e resilienza. La relazione del Governo Meloni conferma ciò che già è noto da tempo, ovvero che l’Italia ha speso meno del previsto: 25,7 miliardi euro i fondi Pnrr spesi finora dall’Italia, circa il 13,4% del totale delle risorse.

“Da notare – ricorda sempre la Fondazione Openpolis – che i dati e la loro fonte (Regis) sono gli stessi utilizzati dalla Corte dei conti nel rapporto dello scorso 25 maggio, contestato dall’Esecutivo… come abbiamo già visto, l’esecutivo nella relazione esplicita le difficoltà che le amministrazioni locali – principalmente i comuni – stanno riscontrando nell’erogare risorse per realizzare progetti. È importante però sottolineare che le carenze o i ritardi degli enti territoriali in questi processi non sono una colpa da imputare ai comuni stessi. Non si può dare la colpa ai comuni – si legge ancora nel testo della Fondazione Openpolis -. Sono il frutto di divari storici che riguardano soprattutto le amministrazioni più piccole, nei territori più periferici, del sud. A livello sia di personale che di competenze. Per come è stato ideato, il Pnrr non è stato in grado finora di dare una risposta efficace a questi ostacoli. E i governi, sia ora con Meloni sia prima con Draghi, hanno avanzato delle soluzioni insufficienti”.

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Da qui la fredda conclusione: “La priorità dell’esecutivo sembra essere quella di assicurarsi la ricezione dei fondi, senza garantirne la ricaduta efficace sui territori. Introdurre meccanismi di salvaguardia e supporto della spesa, potrebbe invece concretamente aiutare le amministrazioni locali a gestire questa partita. Favorendo lo sviluppo economico e sociale del Paese, che dovrebbe essere il principale obiettivo del Pnrr”.

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