Istat: pubblicato il rapporto sui servizi educativi per l’infanzia.

Si è chiuso da poco l’evento on line di presentazione del Rapporto “Nidi e servizi educativi per l’infanzia, stato dell’arte, criticità e sviluppi del sistema educativo integrato”, frutto dell’accordo di collaborazione triennale stipulato a fine 2018 tra la Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Politiche della Famiglia – l’Istat e l’Università Ca’ Foscari Venezia.

Hanno aperto i lavori il Presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo, il Capo Dipartimento per le Politiche della Famiglia Ilaria Antonini e il Rettore dell’Università Ca’ Foscari Venezia Michele Bugliesi. A conclusione dell’evento è poi intervenuta Elena Bonetti, Ministra per le pari opportunità e la famiglia e Presidente dell’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza.

“Il Rapporto sui servizi educativi per l’Infanzia presentato oggi – sottolinea la Ministra Bonetti – ci restituisce un quadro chiaro della situazione nel nostro Paese e offre ulteriori elementi per strutturare politiche che diano risposte di stabilità alle famiglie e accompagnino i bambini nel loro percorso di crescita in una fase importantissima quale è quella della prima infanzia”.

Le analisi mettono in luce una carenza strutturale nella disponibilità di servizi educativi per la prima infanzia rispetto al potenziale bacino di utenza (bambini di età inferiore a 3 anni) e una distribuzione profondamente disomogenea sul territorio nazionale.

I posti disponibili nei nidi e nei servizi integrativi pubblici e privati corrispondono mediamente al 12,3% del bacino potenziale di utenza al Sud e al 13,5% di quello delle Isole, contro una media nazionale del 24,7% (anno scolastico 2017/2018). Una dotazione ben al di sotto dell’obiettivo del 33% fissato per il 2010 dal Consiglio europeo di Barcellona del 2002 per sostenere la conciliazione della vita familiare e lavorativa e promuovere la maggiore partecipazione delle donne nel mercato del lavoro. Il Nord-est e il Centro Italia hanno tassi di copertura decisamente più alti, 32,5% e 32,4% rispettivamente, segue il Nord-ovest con il 29,2%.

Le strutture per la prima infanzia risultano concentrate nei territori più sviluppati dal punto di vista economico e nei Comuni più grandi, mentre le aree più povere e i piccoli centri soffrono spesso di una carenza di servizi. Ad esempio, l’insieme dei comuni capoluogo di provincia ha una dotazione media di 32,8 posti per 100 bambini di 0-2 anni, valore nettamente superiore rispetto a quello dell’insieme dei comuni non capoluogo (21,4%).

In tutte le regioni del Centro-nord e in Sardegna la copertura dei capoluoghi di provincia supera l’obiettivo target del 33% e in molti casi supera il 40%, con punte fino al 59% di Aosta e al 67,5% di Bolzano. I capoluoghi del Mezzogiorno si differenziano meno dal resto dell’area ma hanno livelli di copertura decisamente inferiori.

L’analisi georeferenziata dell’offerta evidenzia aree di maggiore concentrazione dei servizi e di omogeneità tra territori confinanti. Ad esempio in Emilia Romagna i livelli di copertura sono elevati e omogenei e la percentuale di comuni non serviti è molto bassa; in Calabria, al contrario, i servizi risultano rarefarsi rispetto alle estensioni territoriali e ai bambini che vi risiedono, mentre in Sardegna convivono aree molto coperte dal punto di vista dei servizi all’infanzia e aree in cui l’offerta è sottodimensionata rispetto alla domanda potenziale.

LEGGI ANCHE:  Covid-19. Come proteggersi dalla criminalità informatica.

Le aree territoriali più in sofferenza si concentrano, oltre che nel Mezzogiorno, lungo l’arco alpino e in parte sulla dorsale appenninica in corrispondenza di territori montani. Non rientrano in questo gruppo i comuni delle Province autonome di Trento e Bolzano e della Valle d’Aosta, e ciò lascia supporre che anche in territori con particolari conformazioni territoriali l’offerta dei servizi educativi possa essere sostenuta dal governo locale dei servizi.

È pubblica il 51% della dotazione complessiva di posti per i servizi rivolti alla prima infanzia. I comuni spendono circa 1 miliardo e 461 milioni di euro l’anno per i nidi e i servizi integrativi per la prima infanzia, di cui il 19,6% rimborsato dalle famiglie sotto forma di compartecipazione degli utenti.
Al Centro-nord la spesa media dei Comuni per un bambino residente passa da poco meno di 2.000 euro l’anno nei comuni altamente urbanizzati a poco meno di 700 euro nei comuni con grado di urbanizzazione medio e basso. Nel Mezzogiorno si ha una media di 389 euro per bambino nei Comuni più urbanizzati e di circa 300 euro l’anno nei Comuni a media e bassa urbanizzazione.

Sulla possibilità di fruizione dei servizi educativi per la prima infanzia pesa anche un vincolo di natura economica, poiché il costo dei servizi non è esiguo e può essere non sostenibile per le famiglie a basso reddito e a rischio di povertà. La spesa media a carico delle famiglie che si avvalgono degli asili nido pubblici o privati è di circa 2.000 euro l’anno.

I costi degli asili nido contribuiscono a selezionare i bambini che accedono al servizio dal punto di vista del reddito familiare. Infatti, il reddito netto delle famiglie che usufruiscono del nido risulta mediamente più alto di quello delle famiglie con figli di età compresa fra 0 e 2 anni che non frequentano il nido: 40.092 euro annui contro 34.572 euro.

Ordinando la popolazione in cinque gruppi per livello crescente di reddito, l’utilizzo del nido risulta decisamente più basso per il primo gruppo, composto dalle famiglie più povere, al cui interno solo il 13,4% dei bambini fruisce del servizio. Tale valore sale al 23,5% nel secondo quinto, cresce in misura molto più contenuta nel terzo (24,8%) e nel quarto gruppo (25,9%) e di nuovo in misura più consistente nella fascia più alta di reddito (31,2%).

LEGGI ANCHE:  La vacanza spinge l'immobiliare: le località turistiche più ricercate.

Le percentuali di utilizzo del nido risultano decisamente sotto la media in corrispondenza delle principali condizioni di disagio, come la grave deprivazione materiale (13,7%) il rischio di povertà (14,2%) e la bassa intensità lavorativa (15,5%) mentre nelle famiglie che non presentano alcuna condizione di disagio la quota è del 26,2%.

Altri fattori tendono a ridurre l’utilizzo dei servizi educativi per la prima infanzia tra le famiglie con minori disponibilità economiche. Il ricorso al nido d’infanzia riguarda ad esempio i bimbi di genitori che lavorano in sette casi su 10 nel triennio 2017-2019, anche per i criteri di priorità definiti dai Comuni. Criteri spesso orientati soprattutto alla funzione di conciliazione: danno la precedenza a coppie in cui entrambi i genitori lavorano escludendo presumibilmente nuclei familiari che, invece, potrebbero trarne grandi benefici anche per l’inserimento delle donne nel mondo del lavoro.

L’introduzione dei “bonus nido” ha dato un impulso positivo allo sviluppo del sistema, contribuendo probabilmente all’aumento della domanda e dei tassi di utilizzo dei servizi registrato negli anni più recenti. Un impulso ulteriore da questo punto di vista è atteso, anche se non ancora osservabile, dai successivi potenziamenti di tale misura che elevano l’importo erogabile sulla base della situazione economica delle famiglie.

Se da un lato il bonus ha contribuito a sostenere la domanda e a orientare le famiglie verso il nido piuttosto che verso altre forme di supporto meno strutturate e proficue per il bambino, dall’altro trova dei limiti alla sua potenziale funzione perequativa delle distanze socio-economiche a causa della carenza di strutture in diverse parti del territorio. Da qui l’importanza di accompagnare le azioni di incentivo alla domanda con adeguamenti sul lato dell’offerta.

Tuttavia, la possibilità di usufruire di questi contributi è implicitamente condizionata alla disponibilità di servizi. Le famiglie che risiedono in comuni che ne sono sprovvisti e distanti dai comuni in cui questi sono presenti sono di fatto escluse dalla possibilità di fruire dei contributi statali. Si riscontra infatti un’elevata correlazione a livello comunale fra i bambini beneficiari del bonus asilo nido e i posti disponibili nei servizi educativi per la prima infanzia.

Un altro aspetto è quello degli anticipi nella scuola d’infanzia: una parte non esigua della domanda si rivolge a forme educative non appropriate alla delicata fascia di età dei bambini sotto i 3 anni. Il fenomeno è particolarmente evidente nelle regioni meridionali, in stretta correlazione con la scarsa diffusione di asili nido e altri servizi specifici per la prima infanzia.

Se rapportati ai bambini di 2 anni compiuti, gli anticipatari alla scuola d’infanzia raggiungono il 15% dei loro coetanei a livello nazionale e superano il 20% nelle regioni del Sud, con il livello più alto, pari al 31,3%, in
Calabria. Una piccola parte dei bambini anticipatari risulta inoltre “irregolare”, poiché questi bambini compiono 3 anni oltre il limite previsto dalla normativa, fissato al 30 aprile dell’anno scolastico di riferimento.

LEGGI ANCHE:  Progressisti: “A rischio fallimento i servizi educativi per l’infanzia”

Considerando l’intero percorso educativo e scolastico da 0 a 6 anni, le prime evidenze che emergono sono relative proprio a questa criticità: gli anticipi nella scuola di infanzia sembrano trarre origine dagli squilibri del segmento educativo dei 0-3 anni con conseguenze che si estendono anche alle fasce di età successive.

A livelli anomali di iscrizioni anticipate alla scuola d’infanzia corrispondono, infatti, sul territorio numerosi anticipi anche nella scuola primaria, fenomeno che nelle regioni del Sud interessa mediamente il 16% dei bambini di 5 anni. Si configura uno scenario in cui l’iscrizione anticipata alla scuola primaria può diventare il naturale proseguimento di un percorso scolastico iniziato in maniera inappropriata con l’iscrizione dei bambini di 2 anni alla scuola d’infanzia piuttosto che al nido. Una scelta, dettata da motivi economici e di scarsità dell’offerta, che può avere ripercussioni sull’intero percorso scolastico, con lo slittamento in avanti di tutte le classi frequentate indipendentemente dalla reale propensione dei bambini all’apprendimento precoce.

I dati delle più recenti indagini campionarie evidenziano un andamento temporale positivo, con tassi di iscrizione al nido crescenti ma ancora al di sotto del 30% nel 2019. Ulteriori miglioramenti sono condizionati alle risorse aggiuntive che ancora dovranno essere dedicate a questo settore.
Dal punto di vista normativo, Regioni e Province Autonome sono da tempo impegnate in un articolato percorso di attuazione della riforma che ha introdotto il “sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita fino a sei anni” (Legge n.107/2015, Decreto legislativo n. 65/2017 e successivo Piano di azione nazionale pluriennale).

In particolare, per la progressiva implementazione del Sistema “ZEROSEI”, con le risorse statali e il cofinanziamento regionale sono stati realizzati e sono tuttora in corso interventi diversificati che riguardano gli indirizzi di programmazione, il sostegno alle spese di gestione dei servizi, la formazione del personale, la promozione dei coordinamenti pedagogici territoriali, l’avvio delle procedure per costruire i Poli per l’infanzia.
La recente emergenza sanitaria dovuta al Covid-19 ha sollevato alcune preoccupazioni, principalmente per le possibili ripercussioni sulla gestione dei nidi da parte dei Comuni, i quali già risentono delle mancate entrate e dei rimborsi dovuti alle famiglie per le rette afferenti al periodo di chiusura delle strutture educative. Analoghe preoccupazioni riguardano il settore privato, anche per le inevitabili ripercussioni economiche che la crisi avrà sulle famiglie, riducendo la loro capacità di spesa e condizionando la scelta di frequenza dei bambini ai servizi educativi per l’infanzia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.