Il paradosso dei Neet: l’Italia perde giovani e non riesce a valorizzare quelli che ha.
In un’Europa che invecchia, l’Italia si distingue per un primato che dovrebbe preoccupare: sempre meno giovani e sempre più Neet, quei ragazzi sotto i 29 anni che non studiano e non lavorano. Un paradosso che pesa come un macigno sul futuro del Paese e sulle sue possibilità di crescita. Da un lato, le nuove generazioni si assottigliano; dall’altro, quelle presenti faticano a trovare spazio nei processi produttivi, restando ai margini proprio mentre le imprese segnalano una carenza cronica di competenze.
Secondo i dati Eurostat 2024, il 15,2% dei giovani tra i 15 e i 29 anni in Italia è Neet, contro l’11% della media UE. Il dato cresce drasticamente nella fascia cruciale della transizione scuola-lavoro: tra i 25-29 anni gli inattivi sono il 21,5%, proporzione che resta elevata anche tra i trentenni fino ai 34 anni. Peggio dell’Italia, nell’Unione, fa solo la Romania.
Le dimensioni del fenomeno sono impressionanti: circa due milioni di under 35 italiani non studiano e non lavorano, rendendo il nostro Paese quello che più contribuisce, in valori assoluti, a mantenere alto il numero dei Neet in Europa. E questo mentre le imprese non trovano saldatori, elettricisti, tecnici specializzati, infermieri, ingegneri e informatici. La domanda supera l’offerta, ma le strade che dovrebbero collegare talenti e aziende sembrano inceppate.
Tra i principali problemi, resta irrisolto il tema dell’orientamento scolastico, perennemente debole e autoreferenziale, servizi per l’impiego inefficaci, scarsi percorsi di riqualificazione, soprattutto per chi interrompe gli studi o perde il lavoro. In molti Paesi europei, invece, il rischio Neet viene contrastato grazie a sistemi duali solidi, che permettono ai ragazzi sopra i 16 anni di essere contemporaneamente studenti e lavoratori, dentro un quadro definito di diritti formativi e responsabilità.
Difficile, quindi, rompere quella spirale fatta di inattività e poca fiducia nel futuro, aiutando i giovani a darsi da fare.
Sui giovani pesa anche la carenza di politiche di conciliazione, soprattutto per le donne. Non è un caso che con l’avanzare dell’età la quota di Neet cresca molto di più tra le italiane: un Paese che continua a scaricare sulle donne gran parte del welfare familiare finisce per tagliarle fuori dal mercato del lavoro.
A ciò si aggiunge una richiesta di maggiore riconoscimento da parte della Generazione Z: i giovani cercano contesti nei quali non offrire solo competenze tecniche, ma anche identità, motivazione, crescita. Se non trovano un ambiente che li valorizzi, giustamente, lasciano. Perché preoccuparsi per una nazione ingrata?
Il quadro demografico poi non aiuta. Negli ultimi dieci anni l’Italia ha perso il 2,4% della popolazione, pari a quasi 1,8 milioni di abitanti: una riduzione che nell’Eurozona trova confronti peggiori solo in Grecia, Croazia e Lettonia. Nel frattempo, Francia, Germania e Spagna crescono, mentre Malta, Lussemburgo e Irlanda volano con incrementi a doppia cifra. Anche la produttività del lavoro avanza al rallentatore: dal 2015 è cresciuta appena dello 0,7%, cinque volte meno della media dell’area euro. Ma qualcuno, tra le alte sfere del Governo centrale e delle regioni italiane, continua a parlare di “politiche disruptive” per i giovani italiani. Pazzi, per usare un eufemismo.
L’Italia, insomma, non solo ha pochi giovani, ma fatica a formarli, inserirli e soprattutto trattenerli. E in un Paese che perde popolazione e vede rallentare la produttività, dove si vuole andare? Quali investimenti si vogliono attirare? Quali debolezze strutturali possono essere risolte?
Assolutamente nessuna: l’Italia è un Paese incontrovertibilmente in declino.
foto governo.it, licenza CC-BY-NC-SA 3.0 IT
