19 Luglio 2026
Europa

PAC, le regioni europee all’attacco: “Serve una politica agricola più giusta per i giovani”

L’agricoltura europea è a un bivio. Tra costi energetici alle stelle, richieste di restituzione dei contributi della PAC, cambiamenti climatici sempre più aggressivi e una guerra commerciale con gli Stati Uniti che si fa ogni giorno più concreta, le regioni europee chiedono una riforma profonda della Politica Agricola Comune per il prossimo ciclo di bilancio 2028-2034. E lo fanno con toni che non lasciano spazio all’ambiguità.

I membri della Commissione Risorse Naturali (NAT) del Comitato Europeo delle Regioni, nel corso dell’ultima riunione, hanno fatto il punto sul futuro della PAC, producendo due pareri che fotografano le urgenze del settore.

Meno rigidità e più spazio alle caratteristiche dei territori.

Il primo parere, guidato da Piotr Całbecki, presidente della regione polacca Kujawsko-Pomorskie, punta il dito contro il modello attuale, giudicato troppo rigido e lontano dalle realtà locali. La proposta è passare da una politica “taglia unica” calata dall’alto a un sistema più flessibile, capace di adattarsi alle specificità di ogni territorio.

Nel concreto, il parere chiede un sostegno al reddito progressivamente decrescente in base alla superficie, per ridurre le disuguaglianze tra grandi e piccoli agricoltori, e valutazioni sistematiche dell’impatto territoriale di ogni misura redistributiva, per evitare che i correttivi generino nuovi squilibri regionali.

Un punto di tensione riguarda le nuove regole di cofinanziamento nazionale. Secondo i rappresentanti regionali, queste rischiano di scoraggiare gli investimenti ambientali proprio nei Paesi meno ricchi, quelli che ne avrebbero più bisogno. La soluzione proposta è abbassare la quota di cofinanziamento nazionale per le azioni agro-climatiche al 20 per cento, alleggerendo il peso sui bilanci locali.

“Vogliamo rafforzare il principio di sussidiarietà,” ha spiegato Całbecki, “con un reale coinvolgimento delle autorità locali e regionali in ogni fase. Non possiamo continuare a parlare di sviluppo rurale senza dare voce a chi il territorio lo vive ogni giorno”.

Dazi USA: un colpo annuale da 7 miliardi.

Ma è sul fronte commerciale che arriva la notizia più preoccupante. Uno studio commissionato dalla stessa NAT ha calcolato l’impatto dei dazi americani sull’agroalimentare europeo: si parla di un calo delle esportazioni verso gli Stati Uniti del 23,5 per cento, pari a circa 7 miliardi di euro all’anno.

Il dato che colpisce di più, però, è la distribuzione degli effetti: tutt’altro che uniforme. A pagare il conto più salato sarebbero alcuni Paesi, alcune regioni e alcuni prodotti specifici – vino, olio d’oliva, alimenti trasformati – con PMI e cooperative in prima linea, proprio perché meno attrezzate per assorbire gli shock o diversificare i mercati.

Całbecki non usa eufemismi: “Una guerra commerciale non fa bene a nessuno. Restringe la libertà economica, blocca gli scambi e indebolisce lo sviluppo. Il recente scambio di colpi tra USA e UE non serve né agli americani né agli europei”.

I giovani abbandonano le campagne: una sconfitta annunciata.

Il secondo parere adottato dalla commissione NAT affronta un tema altrettanto urgente: il ricambio generazionale in agricoltura. A firmarlo è Emiliano García-Page Sánchez, presidente della Castiglia-La Mancia, che descrive la situazione con parole forti.

I giovani continuano ad abbandonare le campagne, scoraggiati da un accesso alla terra sempre più difficile, da finanziamenti insufficienti e da servizi rurali carenti. Eppure, avverte García-Page, senza nuove generazioni di agricoltori l’intero sistema produttivo europeo è destinato a incrinarsi. Nel frattempo, però, la Commissione di Ursula prosegue con il suo tentativo di “sostituzione etnica”, aprendo al ripopolamento dell’Ue, anche attraverso iniziative discutibili come quella del Global Gateway.

“Sarebbe profondamente deplorevole se, dopo generazioni di investimenti europei attraverso la PAC, le campagne venissero alla fine abbandonate dagli europei stessi” ha dichiarato il presidente spagnolo. “Sarebbe il segnale più chiaro di un fallimento complessivo”.

La soluzione passa per politiche di sviluppo rurale più robuste e per un sostegno finanziario vincolante – non facoltativo – per chi decide di investire il proprio futuro nell’agricoltura. Un appello che si inserisce in un quadro più ampio: senza agricoltori giovani, non c’è sovranità alimentare. E senza sovranità alimentare, l’Europa resta vulnerabile su un fronte strategico che la crisi attuale ha reso ancora più evidente.

Foto di lumix2004 da Pixabay.com