13 Aprile 2026
Sardegna

Generazione Z e lavoro: sogni alti, competenze basse. Chi si adatterà a chi?

Passioni da coltivare, stipendi adeguati e work-life balance. Sono questi i tre ingredienti del lavoro ideale per la Generazione Z italiana. Un ritratto che fa sorridere – o preoccupare, a seconda dei punti di vista – chi ogni giorno apre offerte di lavoro senza trovare candidati. La nuova edizione dell’Osservatorio “Dopo il diploma”, promosso dal Centro Nazionale Orientamento di Elis in collaborazione con Skuola.net su un campione di circa 1.500 studenti delle superiori, restituisce l’immagine di una generazione con le idee chiare su cosa non vuole fare. Molto meno chiare su cosa sa fare.

No al lavoro dei genitori, no ai mestieri tecnici.

Solo il 13,6% degli studenti intervistati dichiara di voler seguire le orme professionali di mamma e papà. Tutti gli altri declinano l’invito: c’è chi non si sente portato (21,2%), chi giudica il lavoro familiare poco prestigioso (10,4%), poco remunerativo (9,2%) o poco compatibile con il tempo libero. Un rifiuto che in parte si spiega con la disillusione trasmessa dagli stessi genitori, reduci da vent’anni di mercato del lavoro italiano avaro di soddisfazioni economiche e povero di equilibrio vita-lavoro.

Ma il dato più dirompente riguarda i mestieri tecnico-pratici: quasi la metà degli studenti (48,9%) li scarta a priori. Troppo faticosi, poco remunerativi, poco prestigiosi, o semplicemente “non fanno per me”. Una chiusura pregiudiziale che stride con la realtà delle imprese, le quali da anni cercano disperatamente tecnici, operatori specializzati e figure pratiche senza trovarli. Il paradosso è servito: i giovani inseguono professioni che il mercato non offre in abbondanza, mentre rifiutano quelle per cui il mercato urla a gran voce.

La fuga verso l’università: speranza o miraggio?

La speranza di un futuro migliore passa, nella mente di questi ragazzi, quasi obbligatoriamente per un percorso universitario. Nel 2022 era il 51% a voler proseguire gli studi dopo il diploma; oggi quella percentuale è balzata al 67%. Un’ambizione comprensibile, ma che i numeri trasformano in un percorso ad ostacoli.

L’Italia si colloca al penultimo posto in Europa per giovani in possesso di un titolo di studio terziario: appena il 31,6%, contro una media UE del 44%, meglio solo della Romania secondo gli ultimi dati Eurostat. Il problema non è la mancanza di iscritti, ma il tasso di abbandono: secondo il rapporto Anvur, circa il 10% degli universitari lascia già dopo il primo anno. L’università come ascensore sociale rischia così di trasformarsi in un piano fermo, con le porte che si aprono e si richiudono senza che nessuno salga davvero.

Sfiducia e idealismo: il ritratto di una generazione in bilico.

Quasi il 43% del campione si dichiara “completamente” o “tendenzialmente” sfiduciato rispetto al proprio futuro. Un dato che racconta una contraddizione profonda: da un lato aspirazioni alte e ben definite, dall’altro una diffusa sensazione di impotenza. I giovani vogliono lavorare seguendo le proprie passioni, guadagnare bene e avere tempo per vivere. Tutto legittimo. Il problema è che questi tre obiettivi raramente coesistono all’inizio di una carriera, e quasi mai nei settori in cui le opportunità reali sono più abbondanti.

La domanda che gli imprenditori iniziano a farsi ad alta voce.

Chi gestisce un’azienda e cerca personale conosce bene questa storia. E la pazienza, in molti casi, si sta esaurendo. La questione non è se i giovani siano difficili – ogni generazione lo è stata a modo suo – ma se il sistema stia producendo un disallineamento strutturale tra ciò che i ragazzi vogliono e ciò di cui l’economia ha bisogno.

Gli imprenditori più lungimiranti stanno già cambiando approccio: investono in formazione interna, ripensano gli ambienti di lavoro, offrono flessibilità. Ma c’è un limite oltre il quale nessuna azienda può spingersi senza compromettere la propria competitività. La domanda vera, allora, non è se i giovani si adatteranno al mercato o il mercato si adatterà a loro. È se la scuola, le famiglie e le istituzioni saranno capaci di costruire un ponte tra questi due mondi prima che il fossato diventi incolmabile.

L’orientamento che non orienta.

Un segnale incoraggiante arriva sul fronte dell’orientamento scolastico: il 66,8% degli studenti si dichiara oggi del tutto o abbastanza orientato, quasi il 50% in più rispetto al 2022. Ma la qualità percepita lascia a desiderare: il 56,4% giudica le attività proposte dalla scuola “poco o per nulla utili”. Il motivo è lampante: il 63% delle attività di orientamento si svolge ancora tra i banchi, mentre solo il 10,9% avviene in azienda. I professionisti del mondo produttivo rappresentano appena il 6,4% delle figure incontrate durante questi percorsi.