7 Settembre 2026
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“Essere youth worker”: l’Agenzia Nazionale dei Giovani celebra l’educazione non formale e poi endorsa i professori universitari

C’è qualcosa di paradossale, e nemmeno troppo nascosto, nella nuova ricerca “Essere youth worker. Profilo, esperienze e percorsi formativi in Italia”, pubblicata il 31 luglio dall’Agenzia Italiana per la Gioventù (AIG). Sulla carta, il volume racconta lo youth worker come un professionista della relazione, della facilitazione, dell’empowerment: una figura “glocale, riflessiva e trasformativa”, capace di lavorare nei contesti non formali, di dare voce ai processi dal basso, di valorizzare la creatività e la partecipazione autentica dei giovani. Parole importanti, ripetute con convinzione lungo tutto il volume.

Peccato che, per raccontare tutto questo, l’Agenzia nazionale abbia scelto di rivolgersi non al mondo dello youth work reale, non alle organizzazioni giovanili che quei processi li vivono e li praticano ogni giorno sul campo, ma al Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Roma Tre. La ricerca è stata coordinata da un professore ordinario di Pedagogia generale e sociale, realizzata da un gruppo di lavoro composto da altre due docenti e ricercatrici dello stesso ateneo, e affidata , per la parte più propositiva, quella sulla formazione , a un’ulteriore autrice accademica, che firma il capitolo conclusivo dedicato a una “proposta formativa” per youth worker. Un corpus di autori interamente universitario, per un tema che nasce e vive fuori dall’università.

L’ironia nemmeno troppo involontaria del capitolo 5.

Il punto più eloquente arriva proprio nell’ultimo capitolo del volume, quello che dovrebbe indicare la strada da seguire. Vi si descrive un percorso formativo per youth worker articolato in 14 moduli, costruito attorno alla pedagogia critica, all’educazione non formale, al lifelong learning. Peccato che questo percorso, presentato come modello, si sia svolto , testualmente, “presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Roma Tre”. Un corso sull’educazione non formale, insegnato in un’aula universitaria, da un ateneo, con la supervisione di un’osservatrice che è essa stessa parte del mondo accademico. La non-formalità, evidentemente, si predica meglio di quanto si pratichi.

Non è un dettaglio da poco. Nello stesso volume, tra le voci raccolte nei focus group con i testimoni privilegiati, qualcuno arriva persino a suggerire che “la formazione non deve essere solo accademica” e che servirebbero “master modulari” più flessibili dei tradizionali corsi di laurea. Un’indicazione che il volume registra fedelmente, salvo poi tradursi, nei fatti, in un ennesimo prodotto a marchio universitario.

Chi ha scritto la ricerca sullo youth work? Non gli youth worker.

Colpisce anche il metodo. L’indagine, finanziata dall’AIG e condotta tra il 2024 e il 2025, si basa su un questionario a 323 youth worker e su otto focus group con 45 testimoni privilegiati: dati preziosi, raccolti dal basso. Ma tra la raccolta dei dati e la loro interpretazione si è inserito, come sempre, lo stesso filtro: quello dell’accademia, che si è occupata di disegnare la ricerca, elaborarla, confezionarla e , soprattutto , proporne le conclusioni operative. Le organizzazioni giovanili, i network di settore, le reti di youth worker attivi sul territorio compaiono come oggetto di studio, non come soggetti chiamati a costruire insieme all’Agenzia lo studio stesso.

Il risultato è un volume che parla ininterrottamente di autonomia, di protagonismo giovanile, di processi dal basso, di creatività , e che però, nella sua stessa genesi, riproduce esattamente lo schema opposto: un’istituzione pubblica che, per raccontare un mondo non formale, si affida al canale più formale, gerarchico e autoreferenziale che esista, quello accademico. Un’agenzia nazionale per la gioventù che, messa di fronte alla scelta tra ascoltare le organizzazioni giovanili qualificate o commissionare l’ennesimo report universitario, sceglie sistematicamente la seconda strada , la stessa strada che poi il report, con involontaria ironia, definisce inadeguata.

Resta la domanda di fondo, tutt’altro che retorica: quanto può essere credibile una retorica sull’empowerment giovanile prodotta senza un reale coinvolgimento dei giovani e delle loro organizzazioni nella fase di ideazione e non solo in quella di consultazione?

foto Agenzia Italiana Gioventù