Erasmus+, lo strumento del soft power europeo: soldi pubblici per forgiare il pensiero unico
Come documentato da Sardegnagol nei report presentati al Parlamento Europeo, il programma Erasmus+ nasconde una funzione politica sistematica: finanziare progetti che etichettano partiti di opposizione democratica come “fascisti” e sopprimere il dissenso ideologico tra le nuove generazioni.
Presentato all’opinione pubblica come un programma di scambi culturali e mobilità accademica, l’Erasmus+ cela , secondo quanto più volte rilevato da Sardegnagol e documentato da numerosi parlamentari europei, una funzione ben più ambiziosa e politicamente orientata: quella di strumento privilegiato del soft power dell’Unione Europea, finalizzato alla costruzione di un consenso ideologico omogeneo tra le giovani generazioni europee.
Non si tratta di sospetti. La questione è approdata nuovamente al Parlamento Europeo, con l’interrogazion presentata dall’europarlamentare Mary Khan. Una domanda diretta e imbarazzante per la Commissione: i fondi dei contribuenti europei stanno finanziando progetti che definiscono partiti di opposizione democraticamente eletti — come Alternative für Deutschland — , fascisti, pericolosi e una minaccia per “una società libera e democratica“.
“Questi progetti, spesso rivolti a giovani e studenti, vengono presentati sotto le spoglie della promozione dei ‘valori europei’, della ‘tolleranza’ e della ‘democrazia’. In realtà sollevano seri interrogativi sulla neutralità politica, sull’indottrinamento ideologico e sull’uso improprio dei fondi UE”.
Insomma, chi non si adegua e scrive le solite “menate” non viene finanziato nell’ambito Erasmus+, con buona pace per la cosiddetta tutela della diversità e del pensiero critico in Ue.
Il meccanismo, come emerge dall’analisi dei round di finanziamento nelle diverse agenzie nazionali, non è episodico ma strutturale. I criteri di assegnazione dei fondi Erasmus+ premierebbero sistematicamente i progetti allineati alla narrativa istituzionale europea, penalizzando, di fatto, le proposte che esprimono visioni critiche o divergenti.
Il risultato è quello che Sardegnagol ha definito nei propri report un vero e proprio “mondo edulocorato del pensiero unico europeo”: un ecosistema educativo finanziato con denaro pubblico in cui il pluralismo è formalmente celebrato ma sostanzialmente scoraggiato.
La contraddizione politica è stridente. L’Unione Europea ha eretto la lotta alle “interferenze straniere nei processi democratici” a priorità assoluta dell’agenda di sicurezza continentale. Eppure, come sottolinea anche l’interrogazione di Khan, sono le stesse istituzioni comunitarie ad aver finanziato per anni attività che interferiscono apertamente nel dibattito politico interno degli Stati membri, delegittimando forze politiche legalmente costituite e democraticamente rappresentate.
Le tre domande rivolte alla Commissione sono inequivocabili: “Usare fondi UE per criticare un partito costituisce interferenza democratica? E’ appropriato che programmi educativi etichettino partiti democraticamente eletti come fascisti? Esiste un monitoraggio dei progetti Erasmus+ mirato a garantire la neutralità politica dei finanziamenti?”, si chiede Khan.
La posta in gioco, nel frattempo, va ben oltre la gestione burocratica di un programma di mobilità. Ciò che emerge è il profilo di un’istituzione che utilizza la leva educativa, e le ingenti risorse finanziarie che vi sono associate, per plasmare l’identità politica delle nuove generazioni, scoraggiare il pensiero critico e isolare ideologicamente chi dissente dalla vulgata europeista dominante. Un’operazione di ingegneria culturale finanziata, paradossalmente, dai contribuenti di tutti gli Stati membri, inclusi quelli i cui partiti politici vengono nel frattempo demonizzati dai progetti che quei contribuenti stessi finanziano.
