18 Luglio 2026
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Corpi Civili di Pace: luci e ombre di una sperimentazione italiana

Dieci anni dopo la loro istituzione, i Corpi Civili di Pace italiani , il contingente di giovani volontari impegnati in missioni di pace non governative nelle aree di conflitto , restano un esperimento incompiuto. Lo certifica un rapporto di valutazione commissionato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri al Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace dell’Università di Pisa, pubblicato nel dicembre 2025 e basato su tre cicli operativi conclusi (2016, 2019, 2023) e su 365 volontari coinvolti.

Il quadro che emerge è quello di un istituto con potenzialità reali ma soffocato da ambiguità strutturali, scarsi finanziamenti e una gestione frammentata che in alcuni casi ha rischiato di rendere controproducente l’intervento sul campo.

Un’identità confusa.

La criticità più profonda, secondo i ricercatori, è di natura identitaria. I CCP nascono con una missione precisa , la trasformazione nonviolenta dei conflitti , ma nella pratica vengono percepiti e gestiti come una variante del servizio civile universale all’estero. Una sovrapposizione che non è solo percettiva: diversi enti proponenti hanno ammesso che le attività svolte dai volontari CCP e da quelli del servizio civile ordinario erano, nei fatti, largamente coincidenti.

“L’ho ritrovato anche in conversazioni informali con altri CCP: l’idea che i progetti siano sempre gli stessi”, ha dichiarato un volontario nel questionario. “Nel mio caso era proprio lo stesso progetto del servizio civile, rivisto con un layer più sulla conflittualità”

Il problema ha radici normative. I CCP nascono da una legge di bilancio del 2013, non da una legge organica, e vengono poi inglobati nel quadro del servizio civile universale senza che ne vengano preservate le specificità. Risultato: il 22% degli stakeholder istituzionali intervistati, persone che avrebbero dovuto conoscere il programma in profondità , dichiara di ignorare le specificità formative dei CCP rispetto al servizio civile ordinario.

Progetti scritti per vincere i bandi, non per cambiare il mondo.

Un secondo nodo critico riguarda la qualità della progettazione. Quasi un terzo dei volontari (29,8%) ha giudicato le attività svolte sul campo “poco coerenti” o “per nulla coerenti” rispetto agli obiettivi dichiarati nei progetti approvati. Solo il 24% ritiene che quegli obiettivi siano stati raggiunti completamente; il 63% dice che lo sono stati solo in parte.

Il rapporto è esplicito nell’individuare la causa: i progetti vengono redatti con “maggiore attenzione alla descrizione del contesto generale rispetto all’individuazione concreta degli obiettivi effettivamente realizzabili”. In altri termini, si scrive per ottenere una valutazione positiva in sede di selezione, non per definire interventi sostenibili.

A complicare le cose, il divario temporale spesso enorme tra la stesura del progetto e l’avvio effettivo delle attività ha reso in alcuni casi “superate e perfino obsolet” le previsioni iniziali. Un volontario racconta di essere stato avvisato prima della partenza che il progetto a cui avrebbe lavorato era in realtà “già in conclusione”.

La formazione: troppo teoria e poca pratica.

Il programma formativo dei CCP è, sulla carta, più ricco di quello del servizio civile ordinario: 170 ore minime contro 80, con contenuti specifici su mediazione dei conflitti, diritto umanitario, tecniche di peacebuilding. Eppure oltre un terzo dei volontari (35%) la giudica insufficiente, una percentuale in crescita di annualità in annualità.

Le critiche ricorrenti parlano di una formazione “infantilizzante”, “eccessivamente generica”, “troppo teorica e poco applicativa”. Sulla formazione specifica, alcuni volontari lamentano la scarsa competenza dei formatori rispetto ai contesti di intervento. Più di un quinto degli stakeholder ignora che i CCP abbiano una formazione distinta dal servizio civile ordinario.

Il dato più preoccupante è un altro: quasi nessuno, tra quanti dichiarano di conoscere la formazione, cita gli aspetti connessi alla difesa civile disarmata e alla gestione nonviolenta dei conflitti , che dovrebbero essere il cuore dell’intero programma. La formazione sui conflitti, emerge, si riduce spesso alla conoscenza delle problematiche locali del paese di destinazione.

I bandi arrivano a singhiozzo.

Un’altra criticità strutturale è la discontinuità temporale. I tre cicli conclusi si sono svolti nel 2016, nel 2019 e nel 2023: tre “anni di vuoto operativo” si sono aperti tra un bando e l’altro, interrompendo le relazioni costruite con i partner locali e rendendo impossibile qualsiasi continuità di intervento sui beneficiari. Alcuni volontari fanno notare che la scadenza annuale dei progetti non tiene conto “della necessaria continuità dei servizi offerti ai beneficiari”.

Questa frammentarietà, avvertono i ricercatori, ha eroso anche la credibilità del programma agli occhi delle comunità locali e dei partner esteri.

L'”effetto paradosso”: quando aiutare fa male.

Forse il dato più scomodo riguarda l’impatto sui beneficiari. L’11% dei volontari valuta l’impatto del proprio progetto come negativo o molto negativo. Dai focus group emerge quello che il rapporto definisce un effetto paradosso: in alcuni casi, l’azione dei volontari è stata valutata dagli stessi partecipanti come quasi controproducente per le comunità destinatarie.

La denuncia è chiara: obiettivi gonfiati in fase di progettazione hanno reso impossibile misurare e valorizzare i risultati realmente ottenuti.

Il supporto psicologico, grande assente.

Un tema che attraversa l’intero rapporto, senza mai essere affrontato sistematicamente, è quello del benessere psicologico dei volontari. Diversi di loro hanno segnalato la fragilità delle strutture di supporto durante e dopo il servizio. Uno stakeholder riferisce che “molti di questi ragazzi sono tornati e hanno richiesto anche un aiuto psicologico perché sono tornati a casa con i traumi”.

Cosa salva la sperimentazione.

Eppure, il bilancio non è solo negativo. Il programma ha dimostrato una capacità reale di attrarre giovani motivati , quasi 2.500 candidature in tre cicli , e di lasciare un segno profondo su chi vi ha partecipato. L’85% dei volontari dichiara che l’esperienza ha contribuito a definire la propria identità personale; oltre il 90% la consiglierebbe a un amico. Il 69% degli stakeholder è favorevole alla stabilizzazione del programma.

I CCP rappresentano, nel panorama europeo, un modello quasi unico di difesa civile non armata istituzionalizzata. E il recente rifinanziamento per il triennio 2025-2027 (Legge n. 69 del 9 maggio 2025) offre l’occasione per una riforma strutturale.

Le raccomandazioni: serve un salto di qualità.

Il gruppo di ricerca chiede con forza che i CCP vengano finalmente distinti, a livello normativo e operativo, dal servizio civile universale ordinario; che venga istituito un accreditamento specifico per gli enti proponenti; che i bandi diventino regolari e continui; che venga introdotto un sistema strutturato di monitoraggio in itinere dei progetti; e che venga potenziato il supporto psicologico ai volontari.

La definizione operativa che il rapporto propone è ambiziosa ma limpida: i CCP sono “costituiti da persone consapevoli di operare per la gestione e trasformazione nonviolenta dei conflitti”. Perché questa definizione non rimanga sulla carta, i progetti dovranno smettere di essere scritti per vincere i bandi e iniziare a essere costruiti per cambiare davvero qualcosa, sul campo e nelle vite delle persone.

foto Denis Lomme Copyright: © European Union 2025 – Source : EP