Von der Leyen e Costa falliscono: niente accordo sugli asset russi. Bruxelles perde (ancora) credibilità.
Doveva essere il vertice europeo della svolta per l’Ucraina. Invece, si è chiuso con un fallimento politico che ha lasciato l’Unione più divisa e confusa di prima. Il premier belga Bart De Wever, in carica solo da febbraio, ha bloccato il piano che prevedeva di utilizzare 140 miliardi di euro di asset russi congelati per finanziare un maxi-prestito a Kiev.
Una decisione che ha spiazzato Ursula von der Leyen e António Costa (chissà cosa si aspettavano i due non eletti da nessun cittadino europeo), rispettivamente presidente della Commissione e del Consiglio europeo, costretti a giustificare davanti alla stampa un esito che nessuno, alla vigilia, si aspettava.
Il veto del Belgio e le paure di Mosca
La mossa di De Wever è arrivata dopo giorni di trattative febbrili. Bruxelles pensava di aver trovato un compromesso che tutelasse il Belgio, dove gli asset russi sono depositati, da eventuali ritorsioni di Vladimir Putin. Ma il premier ha detto no, temendo conseguenze economiche e legali per il suo Paese.
Il risultato è che l’Unione dovrà tornare a discuterne a dicembre, o forse già in un vertice straordinario. Intanto, Kiev resta in attesa di un finanziamento vitale per coprire le spese militari e civili dei prossimi mesi. Nel frattempo, però, nessuno si domanda se ci sia stata (e in che quantità) distrazione di risorse europee e americane in un Paese non propriamente leader di rilievo sul fronte della lotta alla corruzione…
Von der Leyen e Costa in difficoltà.
A inizio vertice, Costa aveva promesso a Volodymyr Zelenskyy che l’Europa avrebbe garantito “il sostegno finanziario per il 2026 e il 2027, inclusa la fornitura di equipaggiamento militare”.
“È un messaggio forte alla Russia,” aveva detto. “Abbiamo concretizzato il nostro impegno: sostenere l’Ucraina finché sarà necessario”.
Poche ore dopo, però, la realtà lo ha smentito. Alla conferenza stampa di chiusura, Costa e Von der Leyen hanno cercato di minimizzare, insistendo che il piano “non è morto”. Ma nelle conclusioni ufficiali del summit non è rimasto alcun riferimento esplicito all’uso degli asset russi per un “prestito di riparazione”. Se ne parlerà a dicembre quando gli ucraini saranno già in crisi con l’inverno rigido.
Il contrappunto americano: le “tremende sanzioni” di Trump.
Paradossalmente, il vertice di Bruxelles è coinciso con la mossa più dura di Donald Trump contro Mosca da quando è tornato alla Casa Bianca.
Il presidente americano ha annunciato “tremende sanzioni” contro Lukoil e Rosneft, le principali compagnie petrolifere russe, esasperato — ha detto — da colloqui di pace con Putin “che non portano da nessuna parte”. Ovviamente, qui, i diritti umani sono lontana cosa. Vale solo il mero calcolo politico e di interesse nazionale.
Eppure, all’inizio del summit, il clima a Bruxelles era euforico. Perfino l’ungherese Viktor Orbán, solitamente la spina nel fianco di Bruxelles, aveva facilitato le discussioni tenendosi fuori dal dibattito sull’Ucraina. Poi, nel giro di poche ore, tutto è cambiato.
Macron: “Il piano non è sepolto, ma serve cautela”.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha cercato di salvare la faccia dell’Unione. “Il progetto non è stato abbandonato,” ha assicurato ai giornalisti. “Abbiamo discusso i dettagli tecnici, ma dobbiamo procedere con metodo. Non possiamo fare nulla che violi il diritto internazionale”.
Von der Leyen, a sua volta, ha provato a mostrare ottimismo: “Siamo impegnati nel lungo periodo,” ha dichiarato. Ma l’Ucraina, ha ricordato, ha bisogno dei fondi già all’inizio del prossimo anno. Continuano, però, a mancare sistemi di accountability sulle risorse europee investite in Ucraina. Dettagli per Ursula…
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