“Uniti siamo una squadra imbattibile”: lo slogan di Schlein e la politica che non serve a nulla
“Forza Alessandra, uniti siamo una squadra imbattibile!”. Un incoraggiamento tra alleate, si dirà, e sarebbe ingiusto farne un caso. Ma quella frase, in questo momento, dice molto più di quanto vorrebbe. Parla di coesione, di squadra, di imbattibilità. Non parla di sanità, di trasporti, di bollette, di lavoro. L’unità è presentata come un traguardo, quando dovrebbe essere solo lo strumento per arrivarci.
Non è una novità nel repertorio della segretaria del Pd. Già all’indomani della vittoria sarda del 2024 Schlein rivendicava una vittoria di squadra, perché Todde aveva tenuto insieme una coalizione plurale che si univa ogni giorno di più. Due anni e mezzo dopo, il metodo non è cambiato. Più si insiste sulla compattezza, più si ha l’impressione che sia il vero argomento. Chi governa una Regione, e chi vorrebbe governare il Paese, dovrebbe misurarsi su che cosa cambia nella vita di chi ci abita, non su quanto sia solido lo spogliatoio.
Un Paese che non ascolta più.
Gli italiani, intanto, hanno smesso di ascoltare. Alle politiche del 2022 ha votato il 63,91%, il dato più basso della storia repubblicana, con un calo di oltre nove punti rispetto al 2018. Alle regionali del 2025 l’affluenza è stata del 41,83% in Puglia, del 44,06% in Campania e del 44,64% in Veneto, cioè sotto la metà degli elettori. Chi non vota non è un distratto. Ha concluso che l’offerta, fatta di alleanze, polemiche, gossip e riposizionamenti, non lo riguarda.
Nel frattempo l’economia reale arranca. Secondo l’Istat, tra il 1995 e il 2024 la produttività del lavoro in Italia è cresciuta in media dello 0,3% all’anno, contro l’1,5% dell’Ue27, l’1,2% della Germania e l’1% della Francia. Nel 2024 si è registrata addirittura una flessione dell’1,9%. È la fotografia di un Paese che fino a qualche decennio fa teneva il passo dei grandi d’Europa e che da allora si è fermato. Imprese e famiglie lo vivono ogni giorno: salari che non crescono, burocrazia, costi dell’energia, piccole aziende che non trovano personale né credito.
Responsabilità condivise, ma non uguali.
Per onestà, il declino non è nato con Schlein né con l’attuale governo. Gli studi indicano nel 1995 lo spartiacque dal quale l’Italia entra in una profonda crisi di produttività, e da allora hanno governato tutti. La critica non può dunque limitarsi a un solo bersaglio. Ma chi si propone come alternativa ha un dovere in più: dire, con numeri e scadenze, che cosa farebbe. “Faremo al governo dell’Italia quello che facciamo in Sardegna” è una promessa che i sardi possono già giudicare. E i critici sostengono che il bilancio regionale, tra bandi poco accessibili, polemiche su dossier quali Abbanoa, aeroporti, sanità, lavoro e una maggioranza descritta come divisa ma unita, non giustifichi tanto entusiasmo.
La politica, insomma, sembra convinta di essere la protagonista del racconto, quando è diventata un rumore di fondo. Alleanze che si fanno e si disfano, retroscena, lobby, mancanza di visione: tutto questo ha stancato quelli che producono, lavorano, crescono figli e tengono in piedi le imprese. A loro non serve sapere quanto sia imbattibile una squadra. Serve sapere quando arriverà il bando, quanto durerà la lista d’attesa, quanto costerà l’energia.
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