Sudan, l’ipocrisia dell’Ue: aiuti umanitari al Darfur e accordi economici con chi sostiene i signori della guerra.
Mentre Bruxelles annuncia l’avvio di un ponte aereo umanitario verso il Darfur per far fronte a una delle peggiori crisi umanitarie al mondo, l’Unione europea continua a muoversi su un doppio binario che mina la sua credibilità politica e morale. Da una parte, gli aiuti salvavita; dall’altra, accordi strategici con Paesi accusati di sostenere proprio quei signori della guerra responsabili delle atrocità che l’Europa dice di voler fermare.
L’Ue ha infatti lanciato un’operazione di emergenza con otto voli umanitari diretti in Darfur, destinati a trasportare circa 100 tonnellate di forniture essenziali — tende, acqua, servizi igienici e materiale sanitario — per un valore complessivo di 3,5 milioni di euro.
L’intervento arriva dopo la caduta di El Fasher, capitale del Darfur Settentrionale, nelle mani delle Rapid Support Forces (RSF), la milizia guidata da Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, e rappresenta solo l’ultimo capitolo di un impegno che quest’anno ha portato Bruxelles a stanziare oltre 270 milioni di euro in aiuti umanitari per il Sudan.
Un’azione necessaria, ma che stride clamorosamente con quanto avviene sul piano diplomatico. Proprio mentre l’Ue denuncia atrocità di massa, fame e sfollamenti forzati, la Commissione europea avvia ufficialmente i negoziati per un Accordo di Partenariato Strategico con gli Emirati Arabi Uniti, Paese indicato da numerose inchieste internazionali come uno dei principali snodi finanziari e logistici a sostegno delle RSF. Gli Emirati, secondo analisi del Carnegie Endowment for International Peace, rappresenterebbero anche uno dei centri globali del riciclaggio di denaro sporco, con asset riconducibili all’entourage di Hemedti protetti all’interno del Paese.
L’annuncio è arrivato da Abu Dhabi, al termine dell’incontro tra la commissaria europea per il Mediterraneo Dubravka Šuica e la ministra emiratina Lana Nusseibeh. Bruxelles parla di “rafforzamento delle relazioni”, di cooperazione regionale e di promozione della stabilità, inserendo l’accordo nel solco del dialogo strategico con il Golfo avviato negli ultimi anni. Ma resta inevasa la domanda più semplice: come può l’Ue proclamarsi paladina dei diritti umani e, allo stesso tempo, stringere partnership con chi offre copertura politica e finanziaria ai responsabili di crimini contro l’umanità in Darfur?
L’Alto rappresentante Kaja Kallas (che altro poteva fare?) ha difeso il rafforzamento dei legami con il Golfo come un “interesse diretto” dell’Unione, sostenendo che il nuovo accordo potrà contribuire alla pace e alla stabilità regionale, dalla crisi di Gaza al conflitto sudanese. Un’affermazione che, alla luce dei fatti, suona come una tragica ironia: collaborare “per il bene del Sudan” con uno degli attori accusati di alimentarne la guerra appare più come una contraddizione strutturale che come una strategia coerente.
La Commissione europea continua così a presentarsi come baluardo globale di democrazia e legalità internazionale, mentre nei fatti adotta una politica estera selettiva, in cui i principi vengono piegati alle convenienze geopolitiche.
Le sanzioni annunciate contro singoli individui ed entità sudanesi, così come i richiami alla Corte penale internazionale, appaiono deboli se confrontati con la scelta di mantenere e rafforzare relazioni privilegiate con chi esercita un’influenza decisiva — e tutt’altro che neutrale — sul conflitto.
Il risultato è un’Europa che invia aiuti umanitari con una mano e stringe accordi strategici con l’altra, alimentando una crepa sempre più profonda tra la retorica dei valori e la realtà delle scelte politiche. Una contraddizione che non solo indebolisce l’azione europea in Sudan, ma trasforma la diplomazia dell’Ue in un esercizio di pura retorica, incapace di incidere davvero sulle tragedie che afferma di voler fermare.
foto Parlamento europeo
