14 Ottobre 2026
Politica

Sardegna, il ritratto dell’Istat: “Più vecchia, più fragile e più povera della media nazionale”. Il Pil pro capite è fermo al 75% del dato italiano

Dalla crescita demografica più sostenuta del Paese a un declino che precede di quasi 15 anni la tendenza nazionale. È la traiettoria della Sardegna secondo Storie di dati, il fascicolo dedicato alla regione dall’Istat e diffuso nell’anno del centenario dell’Istituto.

La popolazione: dal boom al calo.

Come ricordato dall’Istituto, gli abitanti nell’isola erano 609 mila al Censimento del 1861, arrivando alla cifra di 1,6 milioni nel 1991. Oggi sono circa 100 mila in meno. Per decenni l’elevato saldo naturale ha compensato le perdite migratorie, particolarmente pesanti tra gli anni Cinquanta e Settanta. Dagli anni Novanta il saldo naturale è diventato negativo, come nel resto d’Italia, ma l’Isola non beneficia di saldi migratori positivi significativi. Nell’ultimo quinquennio, ancora, il saldo naturale è peggiorato ancora e i bassi flussi di immigrazione dall’estero hanno attenuato solo di poco il calo.

L’invecchiamento è più marcato che altrove. Nel 2024 si contavano 283 ultrasessantacinquenni ogni 100 under 15, contro una media nazionale di 208. La speranza di vita, che nel 1974 era di 73,8 anni (oltre un anno sopra la media italiana), è cresciuta più lentamente: nel 2025 è di 83,1 anni contro 83,7.

Economia: Pil oggi al 75% della media.

Il Pil regionale cresce a un ritmo inferiore a quello nazionale e ha subito a lungo gli effetti della Grande recessione. Ha ripreso a salire dal 2021 e nel 2024 ha superato del 2% il picco del 2008. Ma, per effetto del calo demografico, il Pil pro capite resta al 75% di quello italiano.

La struttura produttiva si è spostata dall’agricoltura, che all’Unità occupava tre quarti degli attivi, ai servizi, che oggi pesano per il 77% (circa 6 punti più della media). L’industria è sotto il 17%, circa 7 punti in meno. Prevalgono “i servizi a bassa intensità di conoscenza” (qualcuno lo spieghi all’Esecutivo Todde), in particolare alloggio e ristorazione (+4,8 punti) e commercio al dettaglio (+3,7). L’occupazione nei comparti industriali a medio-alta e alta tecnologia è quasi nulla. Una pietra tombale sulle performance prodotte nel periodo oggetto di indagine dell’Istat (c’era allora il governo Solinas), a prova di “fiume narrativo” sostenuto dalle due università sarde, Sardegna ricerche, Aspal e Assessorato del Lavoro…

Istruzione e lavoro.

Nel 1951 il 22% dei sardi con almeno sei anni era analfabeta, 9 punti più della media nazionale. Il divario si è ridotto, ma nel 2024 l’incidenza di laureati e diplomati resta inferiore di circa 7 punti. I tassi di occupazione, ricorda ancora il lavoro di indagine dell’ISTAT, sono più bassi della media italiana sia nel 1977 sia nel 2025, pur con un differenziale dimezzato.

Nel 2022, ancora, il 70% dei comuni sardi rientra nelle classi di fragilità alta o massima, contro il 34,8% in Italia 8come sarà stata investita la miliardaria spesa pubblica della “programmazione territoriale” in Sardegna?). Vi risiede il 30% della popolazione regionale (21,7% la media nazionale), soprattutto nelle aree interne.

Cagliari, isola nell’Isola.

Il capoluogo ha circa 147 mila abitanti, meno del 10% del totale regionale (nei capoluoghi di regione italiani si arriva al 15,5%). Tra il 1861 e il 1981 è passato da 33 mila a circa 197 mila residenti (+595%), per poi calare per la deurbanizzazione, mentre i comuni vicini guadagnavano abitanti. I laureati sono il 28,8%, più del doppio degli altri comuni e 12 punti sopra la media nazionale. L’occupazione però è bassa, al 45,1%, e i servizi assorbono il 92% degli addetti, contro il 79% degli altri comuni.

Le parole della classe dirigente regionale.

Su questo sfondo vale la pena riflettere anche sui toni istituzionali, copiosamente ripresi anche dall’attuale mandato. Il 9 gennaio scorso un comunicato della Regione titolava “Sardegna che cresce, mercato del lavoro sempre più solido”. Nell’occasione, l’assessora del Lavoro, Desirè Manca, parlava di dati “incoraggianti” e di una Sardegna “in grado di creare opportunità di lavoro stabili e di qualità per tutti”, concludendo che “stiamo lavorando nella direzione giusta”.

Le due fotografie, quella dell’esecutivo e dell’Istat, raccontano, seppur rifeririti al 2024, storie molto diverse. E, viste le attuali politiche messe in campo nei primi anni di mandato Todde, è difficile pensare che le prossime rilevazioni – anche per effetto del crescente spopolamento, possano essere più rosee.

E allora: quelle dichiarazioni sono ancora attuali? Con una popolazione che invecchia più in fretta del Paese, un Pil pro capite inchiodato a tre quarti della media, una base produttiva spostata su servizi a bassa intensità di conoscenza, sette comuni su dieci a fragilità alta o massima e tassi di occupazione che restano sotto la media nazionale, che cosa significa esattamente “mercato del lavoro sempre più solido?”. Si sarà trattato di una lettura puntuale di un trimestre favorevole, o dell’ennesima abitudine a trasformare un +3% su un singolo indicatore in un titolo da sito istituzionale, lasciando fuori dal quadro i numeri che pesano di più? E, nel frattempo, non si fanno neanche i bandi contro lo spopolamento. Possibile pensare a un miglioramento delle performance nei prossimi anni a venire?

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