14 Ottobre 2026
Sardegna

Medici in Europa, il riconoscimento dei titoli resta un percorso a ostacoli. E la Sardegna che cerca camici bianchi è sempre meno appetibile

Libera circolazione dei professionisti e reciproco riconoscimento delle qualifiche sono tra i princìpi fondanti dell’Unione europea. Nella pratica, però, per un medico che voglia esercitare in un altro Stato membro la strada resta lunga. Lo mostra un’interrogazione scritta presentata il 1° settembre dall’eurodeputato cipriota Loucas Fourlas (Ppe), che ha chiesto alla Commissione conto degli ostacoli amministrativi incontrati quotidianamente dai medici europei che vogliono trasferirsi in altri Paesi Ue.

Fourlas ha posto tre domande. Ha chiesto se sia compatibile con il diritto Ue che un medico possa vedersi negata la prosecuzione della propria specialità a causa di procedure di riconoscimento lunghe e complesse, quali misure Bruxelles intenda adottare perché gli Stati rendano le procedure trasparenti e di durata ragionevole e prevedibile, e quali tutele spettino ai cittadini europei con qualifiche ottenute nel Regno Unito dopo la Brexit.

A nome dell’Esecutivo europeo, ha risposto ieri la vicepresidente Roxana Mînzatu: “La direttiva 2005/36/CE – ha ricordato – disciplina gli aspetti sostanziali e procedurali del riconoscimento delle qualifiche per le professioni regolamentate e fissa requisiti minimi di formazione armonizzati per alcune figure, compresi i medici specialisti, che beneficiano così del riconoscimento automatico. Dopo il riconoscimento, e prima dell’autorizzazione all’esercizio, lo Stato ospitante può verificare la conoscenza della lingua necessaria e la buona reputazione professionale. La direttiva prevede inoltre scadenze precise per le decisioni”, ha aggiunto la vicepresidente della Commissione von der Leyen.

La Mînzatu ha poi rimandato all’iniziativa sulla portabilità delle competenze (Skills Portability Initiative), adottata il 15 settembre nell’ambito del Fair Labour Mobility Package che, parola dell’Esecutivo europeo, “prevede la digitalizzazione e l’ammodernamento delle procedure e tempi più brevi per il riconoscimento” e “contiene misure per facilitare il riconoscimento delle qualifiche di Paesi terzi”.

Il caso sollevato da Fourlas, lontano dalla narrazione retorica dell’esponente politico di turno, interessa da vicino territori come la Sardegna. Da mesi si discute di come attrarre medici nelle regioni in difficoltà: incentivi, indennità e concorsi che vanno deserti. Si parla meno del fatto che chi arriva da fuori deve superare un iter di riconoscimento che, per quanto la direttiva lo preveda automatico per gli specialisti, in concreto può essere lento e discrezionale. A frenare i candidati si aggiungono , poi, la scarsa attrattività dell’isola e del suo servizio sanitario regionale.

C’è poi una questione di priorità politiche. La burocrazia europea sa farsi rapida quando serve ad accelerare le autorizzazioni per la produzione di armamenti o ad aprire i mercati ai prodotti agricoli sudamericani (arrecando danno ai produttori europei vincolati al rispetto dei regolamenti Ue), mentre un medico europeo attende mesi per esercitare in un altro Paese Ue.