Nascite in continuo calo: nel 2024 solo 370mila nuovi nati in Italia, -36% rispetto al 2008. Sardegna regione più colpita.
L’Italia continua a fare i conti con un progressivo e inarrestabile declino delle nascite. Secondo i dati Istat resi noti a marzo, nel 2024 sono venuti alla luce circa 370mila bambini, 10mila in meno rispetto all’anno precedente, segnando un’ulteriore flessione del 2,6%. Rispetto al 2008 – anno recente di picco – il crollo è ancora più drammatico: oltre 206mila nati in meno, pari a un calo del 36%.
Una tendenza che appare ormai strutturale e che pone interrogativi profondi sulle politiche per l’infanzia, sulla sostenibilità del sistema socioeconomico e sul futuro delle comunità locali, specialmente nei territori più colpiti.
Il tasso di fecondità nazionale ha raggiunto un nuovo record negativo: 1,18 figli per donna nel 2024, in calo rispetto all’1,20 del 2023 e ben sotto il già basso livello del 1995 (1,19). Un trend che si accompagna alla diminuzione strutturale della popolazione in età riproduttiva: le donne tra i 15 e i 49 anni sono passate da 14,3 milioni nel 1995 a 11,4 milioni nel 2025, rendendo ancora più complesso invertire la rotta.
Nessuna regione italiana è immune dal calo delle nascite, ma alcune aree risultano particolarmente penalizzate. Tra il 2019 (ultimo anno pre-Covid) e il 2023, le province con i peggiori dati sono ad oggi Isernia (-21,6% di nuovi nati), Sud Sardegna, Sassari, Nuoro e Cagliari (con cali superiori al 18%), Pescara, Potenza, Perugia, Lucca e Matera (con decrementi tra il 14% e il 15,5%).
Il declino demografico non è solo un dato statistico: ha impatti diretti sulle politiche pubbliche, in particolare quelle rivolte all’infanzia. La minore presenza di minori rischia di diluire l’attenzione politica e istituzionale verso i bisogni dei bambini, delle famiglie e dei servizi educativi.
L’Italia è tra i Paesi europei con il più basso tasso di occupazione femminile dopo la maternità, e con una distribuzione disomogenea degli asili nido e dei servizi per la prima infanzia, soprattutto nei territori con maggiori disparità di genere.
“Il rischio è che, con meno bambini, ci sia anche meno attenzione ai bambini nelle politiche pubbliche”, avvertono i promotori dell’indagine. Il calo delle nascite, se non affrontato con strumenti strutturati e investimenti mirati, può trasformarsi in un circolo vizioso: meno servizi, meno supporto alla genitorialità, meno nascite.
È proprio sulla parte non strutturale – quella su cui si può ancora agire – che dovrebbero concentrarsi gli sforzi: politiche di sostegno alle famiglie, incentivi alla natalità, maggiore accessibilità ai servizi educativi e una cultura del lavoro che non penalizzi la maternità.
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