La triste epopea del ragazzo che inventò i Rolling Stones.

La sera del 3 luglio 1969 apre ufficialmente i battenti il “Club 27”, circolo super esclusivo al quale sono ammessi unicamente musicisti rock accomunati dal grande successo e dall’essere morti all’età di 27 anni.  Negli anni ne entreanno a far parte nomi del calibro di Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Kurt Cobain, Amy Winehouse. L’onore di inaugurare il Club spetta al polistrumentista Brian Jones che in fatto di inaugurazioni vanta una certa esperienza avendo fondato i Rolling Stones sette anni prima. In quella fatidica sera di 51 anni fa Brian Jones affoga nella sua piscina in circostanze mai del tutto chiarite che nel corso del tempo daranno la stura a infinite teorie e speculazioni.

Con l’apertura del “Club 27” cala il sipario su una delle esistenze più geniali e contradditorie della storia della musica rock. Brian Jones nasce in Inghilterra, a Cheltenham, il 28 febbraio del 1942 in una famiglia della classe media. I suoi genitori, in particolar modo la madre, possiedono una spiccata sensibilità artistica che trasmettono al figlio. Sotto la guida della donna, Brian apprende nei primi anni di vita a suonare il pianoforte. Sui banchi di scuola il ragazzo mostra un’intelligenza vivida accompagnata da un carattere imprevedibile e problematico. Nell’ultimo anno delle scuole superiori mette in cinta una compagna di classe diventando padre del primo dei 4 figli che avrebbe avuto da 4 differenti donne prima del compimento dei 22 anni d’età.

Lasciati da parte gli studi, anche a causa della scabrosa vicenda poc’anzi citata, Brian decide di dedicarsi anima e corpo alla musica. A cavallo tra i ’50 e i ’60 la Gran Bretagna è investita in pieno da un’ondata di musica proveniente da oltre oceano, in particolar modo blues e rhythm and blues. La risposta è entusiastica. Nell’area di Londra nascono dall’oggi al domani band di ragazzini animati dal desiderio di emulare le gesta musicali dei bluesman di Chicago e del delta del Mississippi. Fra questi vi è Brian che messo da parte (temporaneamente) il pianoforte, si dedica alla chitarra e all’armonica. Un bel giorno decide così di pubblicare un annuncio per cercare di componenti con cui dare vita a una nuova band. All’inserzione rispondo varie persone fra cui Mick Jagger e Keith Richards. Nasce cosi il primo nucleo, little boy blue and the blue boys, da cui di lì a poco sorgeranno i Rolling Stones.

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In questi anni Brian è il leader indiscusso della band. Ne decide il repertorio, gli arrangiamenti, le esibizioni. Dopo qualche mese, in occasione di un ingaggio di rilievo, Brian ribattezza little boy blue and the blue boys, dando al gruppo il nome con cui entreranno nella storia della musica. Sotto la guida di Brian e del giovanissimo manager Andrew Loog Oldham la crescita degli Stones è fulminea. In poco più di un anno gli Stones diventano un nome di punta del panorama musicale britannico. Il repertorio però è sempre quello delle cover blues e Oldham comprende che per rafforzare la popolarità della band è necessario proporre canzone originali. La scena beat di quegli anni è costellata di band, in primis i Beatles, costruite intorno a uno o due autori di talento. Un repertorio di sole cover non avrebbe consentito un’esistenza duratura ai Rolling Stones. Decide cosi di affidare l’incombenza al leader della band affiancandolo a un autore affermato come Gene Pitney. Il risultato è disastroso. Contrariamente a ogni aspettativa Brian Jones appare del tutto incapace di comporre una canzone. Si verifica cosi un avvenimento che avrebbe modificato il corso dell’esistenza di Jones. L’incombenza di comporre brani originali passa a Mick Jagger e Keith Richards e con essa la leadership della band sottratta così al suo fondatore. L’esperimento funziona e il duo di autori inanella una sequenza di hit che fanno della band dei million sellers planetari.

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L’essere stato improvvisamente messo in ombra si ripercuote pesantemente sulla personalità di Brian Jones che trova valvola di sfogo e rifugio in droghe e alcool. Il talento musicale però è inalterato e anzi trae nuova linfa dalle produzioni originali degli Stones. Seguendo e anticipando l’evoluzione artistica della band, Brian dismette i panni del blues man tutto slide guitar e armonica per indossare quelli del creativo polistrumentista. Tra il 65 e il 68, malgrado la sterilità compositiva, Brian caratterizzerà le più importanti canzoni dei Rolling Stones suonandovi un numero semplicemente incredibile di strumenti. Ve ne elenchiamo alcuni: Sitar, Paint It Black; Dulcimer, Lady Jane; Flauto, Ruby Tuesday; Mellotron, She’s a Rainbow; Marimba, Under my Thumb; Pianoforte, Let’s spend time together. Degna di nota, inoltre, la partecipazione a un brano dei Beatles, You Know my Name, nel quale esegue un solo di sax. La capacità di Brian di suonare uno strumento pochi minuti dopo averlo preso in mano per la prima volta è qualcosa di prodigioso e farà di lui il più importante polistrumentista della storia del rock.

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Nel frattempo, però, i suoi problemi personali si fanno sempre più gravi. Gli eccessi si moltiplicano lasciando evidenti tracce sul suo fisico e, inevitabilmente, sulle sue capacità musicali. A partire dalla lavorazione per dell’album Beggars Banquet, Brian viene retrocesso al ruolo di mera comparsa all’interno della band. Si arriva cosi nel 1969 all’inevitabile conclusione della vicenda: a causa di guai con la giustizia che gli avrebbero impedito di ottenere il visto per l’imminente attesissimo tour americano, Brian Jones viene licenziato dalla band che lui stesso aveva creato. Era l’8 giugno, poco meno di un mese prima della sua morte.

Venticinque giorni dopo la scomparsa improvisa di Brian Jones scatena un’ondata di commozione generale tra fans e colleghi. Fra questi Jim Morrison, anche lui destinato di lì a due anni a entrare nel “club 27” e per giunta nello stesso giorno dell’anno, che gli dedica una poesia.

Con l’uscita e la scomparsa di Brian, i Rolling Stones, checché ne dica la vulgata dominante, non conosceranno più i livelli creativi degli anni precedenti, accontentandosi di un bravissimo (e un po’ sopravalutato) sostituto come Mick Taylor, autentica pietra tombale su ogni ambizione creativa e sperimentale della band.

A cinquantuno anni dalla sua scomparsa il contributo musicale di Brian Jones rappresenta ancora pienamente l’epitome di un rock multicolore e creativo, basato su ricerca e sperimentazione. L’unica sua composizione della quale è rimasta traccia è la colonna sonora di un b movie di metà anni 60 ma l’impronta che è stato in grado di dare a canzoni non sue rappresenta un’eredità a tutt’oggi viva e grandemente ispiratrice.

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