Iran: 500 arresti per spionaggio dall’inizio della guerra
Cinquecento persone arrestate in meno di tre settimane con l’accusa di spionaggio. È il bilancio fornito domenica dal capo della polizia iraniana, il generale di brigata Ahmadreza Radan, secondo quanto riportato dall’agenzia semi-ufficiale Tasnim. Un numero che racconta, in parallelo alla guerra combattuta con bombe e missili, un’altra guerra, quella combattuta dentro i confini iraniani, contro chi è sospettato di collaborare con il nemico.
Chi sono i fermati?
Secondo Radan, i detenuti sono accusati di “spionaggio per il nemico e per media ostili”. La metà di loro, 250 persone, avrebbe fornito informazioni all’emittente televisiva Iran International, con sede a Londra, inclusi dati sui siti colpiti dai raid americani e israeliani. Gli altri sarebbero collegati a gruppi armati e accusati di aver tentato di destabilizzare l’ordine pubblico.
Il governo iraniano aveva già designato Iran International come “organizzazione terroristica” nel 2022, accusandola di diffondere disinformazione sulle proteste antigovernative e di istigare i manifestanti alla violenza, disponendo anche il sequestro dei beni dei suoi collaboratori in Iran. Si tratta di una classificazione contestata dalla comunità internazionale e dalle organizzazioni per la libertà di stampa, che considerano l’emittente un organo di informazione indipendente rivolto alla diaspora iraniana.
Libertà di stampa e guerra: una tensione irrisolvibile.
Iran International è un caso emblematico di questa complessità. Finanziata in parte da capitali sauditi, circostanza che ne condiziona inevitabilmente l’orientamento editoriale in chiave anti-iraniana, l’emittente ha svolto un ruolo di primo piano nella copertura delle proteste del 2022 e nella diffusione di notizie censurate in Iran. Difendere la libertà di informazione è giusto e necessario. Ma difenderla in modo selettivo, solo quando serve a indebolire i nemici dell’Occidente, è propaganda, non giornalismo.
