23 Aprile 2026
Politica

Servizio Civile Universale: luci e ombre di un decennio

Il Dipartimento per le Politiche Giovanili ha pubblicato a marzo 2026 il bilancio decennale del Servizio Civile Universale (SCU), coprendo i bandi ordinari dal 2015 al 2024. Il documento, denso di dati e grafici, restituisce l’immagine di un’istituzione cresciuta enormemente ma con crepe strutturali che nessuna riforma ha ancora sanato.

Il paradosso dell’universalità: più domanda che offerta.

Il dato più eloquente del rapporto è anche il più scomodo: in dieci anni, le candidature hanno superato costantemente e largamente i posti disponibili. Nel 2024, record storico, oltre 135.000 giovani hanno fatto domanda per circa 62.000 posizioni. Tradotto: più di uno su due è stato escluso a priori, non per mancanza di meriti, ma semplicemente per mancanza di posti.

Il sistema si chiama “universale” per legge, la riforma del 2017 (d.lgs. n. 40) puntava all’accesso aperto per tutti i giovani che ne fanno richiesta, ma nella pratica rimane selettivo per vincoli di bilancio. Il rapporto lo ammette candidamente, definendo lo squilibrio domanda-offerta un “fenomeno strutturale”, senza tuttavia indicare quando e come si intenda colmarlo.

La dispersione silenziosa: chi inizia non sempre finisce.

Un altro nodo irrisolto è quello che il rapporto chiama eufemisticamente “dispersione della partecipazione”. In realtà si tratta di un doppio abbandono: chi rinuncia prima ancora di iniziare (tra il 9 e il 12% dei posti a bando ogni anno) e chi interrompe il servizio una volta avviato (tra il 9 e il 13%).

In dieci anni si contano oltre 51.000 rinunce e quasi 53.000 interruzioni anticipate, per un totale di oltre 100.000 percorsi non completati su 425.000 avvii. Il rapporto glissa sulla questione, descrivendo il fenomeno come “fisiologico”. Ma una perdita del 25% del capitale umano investito non è fisiologica: è un segnale di selezione inadeguata, progetti poco attrattivi, o tempi di attesa insostenibili.

Ed è proprio su quest’ultimo punto che il rapporto, in un passaggio quasi nascosto, ammette il problema: tra la pubblicazione del bando e l’avvio al servizio passano da 5 a 9 mesi. Tra il bando e la conclusione del ciclo, fino a 23 mesi. In un mercato del lavoro in cui i giovani non possono permettersi di aspettare due anni, questi tempi rappresentano di fartto un disincentivo strutturale.

Anche la fotografia geografica del SCU (tanto per cambiare) racconta un Paese spaccato. Il Sud e le Isole concentrano la quota più alta sia di posti (circa la metà dell’offerta totale) sia di candidature, con Campania e Sicilia che da sole rappresentano quasi il 30% delle domande complessive nell’intero decennio.

Ma questa concentrazione meridionale non è solo un dato di servizio: riflette il disagio occupazionale del Mezzogiorno, dove il SCU diventa spesso l’unica porta d’accesso al mondo del lavoro per migliaia di giovani senza alternative. Il rischio, non esplicitato nel rapporto, è che il servizio civile si trasformi da strumento di cittadinanza attiva a surrogato di politica del lavoro, senza peraltro avere gli strumenti per esserlo davvero.

Al contrario, nelle regioni del Nord – dove il mercato del lavoro è più dinamico – i tassi di interruzione sono più alti rispetto al Sud. Un giovane milanese o torinese ha più opzioni, e le sfrutta. Il sistema non sembra attrezzato a rispondere a questa differenza di contesto.

Il record del 2022 e il dietrofront del PNRR.

Il picco di 70.644 posizioni raggiunto nel 2022 grazie alle risorse straordinarie del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) è già un ricordo. Nel 2023 i posti sono scesi a 51.736 – un calo di quasi il 27% in un anno – in parte per l’aumento dell’assegno mensile (adeguamento ISTAT), in parte per il venir meno dei finanziamenti straordinari.

Il rapporto descrive questo come “assestamento”. È lecito chiedersi se si tratti invece di una regressione strutturale, nel momento in cui si scopre che l’espansione era sostenuta da fondi europei non ripetibili.

Nel 2025, poi, la decisione di non pubblicare il bando ordinario a dicembre – per la prima volta nella storia recente del SCU – viene giustificata con la necessità di “riassetto organizzativo”. L’ammissione implicita è che il sistema fatica a gestire i tempi lunghi del suo stesso ciclo, e che la dispersione degli iscritti è anche un prodotto dell’incertezza istituzionale.

L’estero: piccolo ma virtuoso.

Uno dei pochi elementi inequivocabilmente positivi del rapporto riguarda la dimensione internazionale. Con circa 1.300 posti nel 2024 e oltre 5.500 candidature, i progetti all’estero registrano un tasso di copertura delle sedi superiore all’80% e le percentuali più basse di interruzione dell’intero sistema.

I Paesi più ambiti – Spagna, Perù, Ecuador, Brasile, Bolivia – accumulano migliaia di domande, a conferma di un interesse giovanile genuino per l’esperienza internazionale. Il problema è che il 96% dei giovani che vorrebbe andare all’estero non ci va: i posti sono strutturalmente troppo pochi rispetto alla domanda.

La cooperazione italo-francese, avviata nell’ambito del Trattato del Quirinale, è descritta come promettente, ma a maggio 2025 conta appena 90 progetti attivi e una trentina di giovani coinvolti. Ambiziosa sulla carta, ancora embrionale nella realtà.

Tutoraggio e giovani vulnerabili: la promessa incompiuta.

Il rapporto celebra la crescita del tutoraggio (dal 1% dei progetti nel 2018 al 92,7% nel 2024) e l’espansione dei posti riservati ai giovani con minori opportunità (GMO). Sono dati positivi, ma nascondono una criticità: su 203.795 posti GMO concessi nell’intero periodo, solo 38.050 giovani vulnerabili sono stati effettivamente avviati. Un tasso di conversione del 18,6%.

Il rapporto distingue i “posti concessi” dagli “operatori avviati” senza curiosamente interrogarsi sullo scarto. Eppure è qui che si misura la reale capacità inclusiva del sistema: meno di uno su cinque tra i giovani più fragili riesce a completare il percorso che il sistema dice di avergli riservato.

Cosa manca al rapporto?

Pur ricco di dati, il documento del Dipartimento evita alcune domande scomode. Non calcola il costo per giovane avviato (con 425.000 avvii in dieci anni e miliardi di euro investiti, sarebbe un indicatore cruciale). Non fornisce dati sull’impatto occupazionale post-servizio civile, la riserva del 15% nei concorsi pubblici è citata come misura virtuosa, ma nessun dato mostra quanti ex volontari ne hanno effettivamente beneficiato. Non misura la qualità dei progetti, solo la loro quantità.

Il documento si conclude con una lista di “indicatori di successo” che leggono (come la narrazione istituzionale e retorica comanda) i dati sempre nella direzione più favorevole. Un approccio comprensibile per una relazione istituzionale, meno per uno strumento che, come dichiara il rapporto stesso, dovrebbe supportare “le decisioni pubbliche”.

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