Guerra in Iran, benzinai d’oro: 81 milioni di extra-profitti al giorno per le compagnie petrolifere nell’UE
Dal 28 febbraio 2026, giorno dell’inizio della guerra in Iran, le compagnie petrolifere attive nell’Unione europea hanno incassato in media 81,4 milioni di euro al giorno in più rispetto al periodo pre-bellico, non grazie all’aumento del prezzo del greggio, ma allargando deliberatamente i propri margini di profitto alla pompa. È la conclusione dello studio “Excess Oil Profits in Times of War”, commissionato da Greenpeace Germania all’economista energetico Steffen Bukold di EnergyComment Amburgo e pubblicato il 30 marzo 2026.
Il meccanismo è lo stesso già documentato nel 2022, all’inizio della guerra in Ucraina: i prezzi al distributore salgono più velocemente di quanto giustificherebbero i costi del petrolio greggio, gonfiando i margini nell’intera filiera, raffinerie, distribuzione, vendita al dettaglio. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha già definito la crisi iraniana “la più grave nella storia dell’industria petrolifera” e ha segnalato che i margini di raffinazione sono tornati ai livelli record del 2022 già nei primi giorni di marzo.
Il diesel traina il saccheggio.
La voce principale degli extra-profitti è il diesel: 75,3 milioni di euro al giorno, contro i 6,1 milioni della benzina. Se il ritmo osservato nelle prime tre settimane di guerra si fosse mantenuto per tutto il mese, le compagnie petrolifere avrebbero incassato circa 2,5 miliardi di euro aggiuntivi nel solo marzo 2026, soldi usciti direttamente dalle tasche di automobilisti, trasportatori e imprese europee.
Lo studio calcola gli extra-profitti confrontando i margini lordi, cioè la differenza tra prezzo alla pompa al netto delle tasse e prezzo del greggio, nel periodo 2-23 marzo 2026 rispetto ai mesi di gennaio e febbraio 2026. I costi di raffinazione e distribuzione sono rimasti sostanzialmente invariati nello stesso periodo, il che significa che l’ampliamento dei margini si è tradotto quasi interamente in profitti operativi aggiuntivi.
La geografia degli extra-guadagni.
Lo studio rivela una distribuzione geografica che non sorprende ma che fa riflettere: le compagnie petrolifere hanno allargato i margini soprattutto nei Paesi con maggiore potere d’acquisto, dove la domanda di carburante è meno sensibile agli aumenti di prezzo. In cima alla classifica per incremento dei margini sul diesel troviamo Paesi Bassi (+25,6 centesimi al litro), Svezia (+23,6), Danimarca (+23,0), Austria (+22,9) e Germania (+22,5). In sette Paesi, tutti mercati di piccole dimensioni, i margini sul diesel sono invece diminuiti.
In termini di extra-profitti totali, che tengono conto anche dei volumi di vendita, la Germania domina la classifica con 23,8 milioni di euro al giorno, quasi il 30 per cento del totale europeo. Seguono Francia e Spagna (circa 11,5 milioni ciascuna), poi l’Italia con 10,4 milioni al giorno, trainata interamente dall’aumento dei margini sul diesel (+14,4 centesimi al litro). La benzina in Italia, come nella maggior parte dei Paesi UE, ha visto margini stabili o in calo.
Un déjà vu del 2022.
Lo studio non manca di sottolineare il parallelismo storico con quanto accaduto dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Anche allora i prezzi alla pompa esplosero oltre il giustificato, le compagnie petrolifere registrarono i profitti più alti della loro storia, e la risposta dei governi europei fu tardiva e frammentata. La tassa sugli extra-profitti introdotta in diversi Paesi fu di breve durata e largamente aggirata. La classifica dei Paesi più colpiti dall’espansione dei margini nel marzo 2026, Germania, Austria, Paesi Bassi in testa, è quasi identica a quella del marzo 2022.
Bukold avverte che i dati presentati sono una prima istantanea, basata su tre settimane di osservazione e su ipotesi semplificatrici: conclusioni più robuste richiederanno ulteriori settimane di dati. Tuttavia, il quadro è già sufficientemente chiaro da giustificare una risposta politica immediata.
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