Gasolio alle stelle, i pescherecci rischiano di restare in porto. La guerra in Iran si porta dietro la speculazione.
La guerra in Iran e le tensioni nello Stretto di Hormuz stanno facendo sentire i loro effetti anche sui mari italiani. Nel giro di pochi giorni il prezzo del gasolio per la pesca è schizzato fino al 60% in più, un aumento così rapido e così netto da non potersi spiegare, secondo Coldiretti Pesca, con le sole dinamiche del conflitto. Il sospetto, denunciato apertamente dall’organizzazione, è che dietro i rincari record ci siano manovre speculative, e che qualcuno stia approfittando del caos geopolitico per fare cassa.
I numeri parlano chiaro: il carburante rappresenta fino a oltre la metà dei costi che un’impresa ittica deve sostenere. Con le quotazioni attuali, la maggior parte degli armatori non riesce nemmeno a coprire le spese energetiche, figuriamoci le altre voci di bilancio. Il risultato è che le flotte lungo tutta la Penisola si trovano di fronte a una scelta senza uscita: uscire in mare pescando in perdita, oppure restare in banchina. In entrambi i casi, a perdere è un settore che vale 12mila imprese e 28mila lavoratori diretti, con un indotto ben più ampio.
Il rischio concreto: più pesce straniero sulle nostre tavole.
C’è un ulteriore effetto collaterale che Coldiretti Pesca mette in evidenza: il blocco forzato delle uscite favorisce inevitabilmente le importazioni di pesce straniero, spesso proveniente da filiere meno controllate e meno sostenibili. Un paradosso tutto italiano: mentre i nostri pescherecci restano ormeggiati, sulle tavole dei consumatori rischia di finire pesce di dubbia provenienza a scapito della qualità e della sicurezza alimentare.
foto Ogyre
