Erasmus+ Gioventù, fondi UE usati per delegittimare l’opposizione democratica
Un’interrogazione scritta presentata lo scorso 20 aprile dall’eurodeputata Mary Khan (ESN) alla Commissione Europea riporta l’attenzione su una questione che, ormai, si può considerare tutt’altro che isolata: l’uso di fondi Erasmus+ Gioventù per finanziare, tra i tanti, progetti che etichettano partiti politici democraticamente eletti , come Alternative für Deutschland (AfD) , come “fascisti”, “pericolosi” o minacce alla “società libera e democratica”.
L’interrogazione solleva un punto che merita di essere sostenuto senza reticenze: se l’Unione Europea denuncia con regolarità l’ingerenza straniera nei processi democratici degli Stati membri, appare quantomeno paradossale che le stesse istituzioni europee finanzino, da anni, iniziative di puro soft power che intervengono direttamente nel dibattito politico interno di un Paese membro, schierandosi apertamente contro una forza politica legittimamente rappresentata nei parlamenti nazionali ed europeo.
Un problema strutturale, non un incidente isolato.
Chi segue da vicino il funzionamento del programma Erasmus+ Gioventù sa che il caso sollevato da Khan non è un’anomalia, ma il sintomo di una distorsione più ampia nel sistema di finanziamento e selezione dei progetti. Le Agenzie Nazionali, cui è demandata la valutazione delle proposte progettuali, operano infatti con margini di discrezionalità che, di fatto, permettono deroghe rispetto alla stessa Guida al Programma, il documento che dovrebbe garantire criteri uniformi e trasparenti su tutto il territorio dell’Unione.
Il risultato, sempre più difficile da negare, è un meccanismo di selezione che tende a premiare proposte progettuali appiattite su una narrazione ideologica precostituita , acritiche rispetto ai reali problemi che i giovani europei si trovano ad affrontare (precarietà, disagio psicologico, esclusione sociale, difficoltà di accesso al lavoro) , a vantaggio di format ormai standardizzati e ripetitivi, fatti di workshop e “flipchart” che producono poco più che slogan e cartelloni, senza alcun impatto misurabile sulla vita dei destinatari.
A ciò si aggiunge un’ulteriore criticità: la tendenza di alcuni progetti mirata a inquadrare le idee non allineate al discorso pubblico dominante attraverso una lente identitaria e razzializzante, in un contesto che finisce per premiare la conformità a un’immagine edulcorata e consensuale dell’Unione Europea, piuttosto che il confronto reale e plurale delle posizioni. Un meccanismo che, unito alla tendenza di molte mobilità Erasmus+ a trasformarsi in una forma di turismo giovanile rivolto perlopiù a partecipanti senza particolari problemi socioali ed economici e non ai giovani realmente vulnerabili che il programma dichiara di voler raggiungere. UNa tendenza che restituisce l’immagine di un sistema che si è progressivamente allontanato dai suoi obiettivi originari.
La risposta della Commissione non convince.
Nella sua replica, la vicepresidente esecutiva Roxana Mînzatu ha respinto le contestazioni, sostenendo che i progetti segnalati dall’eurodeputato promuovono “la partecipazione democratica”, definita “non un’attività politica, ma l’esercizio della cittadinanza”, e ribadendo che non esiste alcun obbligo di neutralità politica per i beneficiari dei fondi Erasmus+, purché rispettino le leggi applicabili su diffamazione e incitamento all’odio.
Una linea di difesa che, tuttavia, elude il cuore della questione posta dall’eurodeputata: non si tratta di negare la libertà di espressione ai beneficiari dei fondi, ma di chiedersi se sia legittimo che denaro pubblico europeo venga impiegato per etichettare un partito democraticamente eletto come “fascista” o “pericoloso” , un giudizio di parte, non un dato di fatto, che dovrebbe restare estraneo a programmi finanziati con le tasse di tutti i cittadini europei, compresi quelli che a quel partito hanno scelto di votare.
Per questo la richiesta di Khan , una revisione completa dei progetti Erasmus+ per garantire che i fondi UE non vengano più utilizzati per interferire nei processi democratici degli Stati membri , appare non solo legittima, ma necessaria, a maggior ragione in un momento in cui la fiducia dei cittadini europei nell’imparzialità delle istituzioni comunitarie è già messa a dura prova.
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