Dazi USA-UE: un anno di guerra commerciale tra incertezza, resilienza e nuovi equilibri globali.
Un anno di tensioni commerciali senza precedenti, accordi strappati sotto pressione, sentenze che ribaltano il tavolo e mercati finanziari tenuti col fiato sospeso. È questo il bilancio che emerge dall’analisi economica e monetaria sulle ripercussioni dei dazi americani sull’Unione Europea, realizzata dai ricercatori Rudi Becker Duricic, Mentor Mehmed, Ronny Mazzocchi, Kai Gereon Spitzer e Giacomo Loi.
La sentenza che ha cambiato tutto.
Il 20 febbraio 2026 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato illegali i dazi reciproci imposti dall’amministrazione Trump in base all’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), invalidando di fatto la maggior parte delle misure tariffarie applicate a livello globale, comprese quelle che colpivano l’Unione Europea. Una vittoria giuridica, almeno in apparenza.
La risposta di Washington non si è fatta attendere: nel giro di pochi giorni, l’amministrazione ha introdotto un nuovo dazio globale del 10% ai sensi della Sezione 122 del Trade Act del 1974, strumento che consente tariffe fino al 15% per un periodo di 150 giorni per far fronte a squilibri nella bilancia dei pagamenti, entrato in vigore il 24 febbraio. Trump ha già annunciato l’intenzione di portare il tasso al 15%, anche se tempi e modalità restano incerti.
La mossa ha gettato nuova incertezza sugli equilibri faticosamente raggiunti: il 23 febbraio, la commissione INTA del Parlamento europeo ha sospeso la ratifica dell’accordo commerciale UE-USA, in attesa di chiarimenti sulle implicazioni della sentenza. La Commissione europea ha ribadito di attendersi che il quadro concordato venga rispettato.
Un anno di dazi: la cronologia di uno scontro.
Per comprendere dove si è arrivati, è necessario ripercorrere la traiettoria degli ultimi dodici mesi. Il 2 aprile 2025, ribattezzato il Liberation Day, l’amministrazione Trump aveva annunciato dazi reciproci su quasi tutti i partner commerciali, fissando al 20% il tasso base sulle importazioni dall’UE. Dopo settimane di tensioni e trattative, il 9 aprile era arrivata una parziale marcia indietro: dazi ridotti al 10% per la maggior parte dei Paesi, in cambio di una moratoria di 90 giorni. A luglio, nuova escalation con la minaccia di portarli al 30%.
Il punto di svolta era arrivato il 27 luglio 2025, con l’annuncio di un accordo quadro tra UE e USA che fissava un tetto del 15% sui principali prodotti europei esportati negli Stati Uniti. L’intesa prevedeva anche esenzioni per settori strategici come i farmaceutici e l’automotive, i due comparti più rilevanti, che insieme rappresentano oltre il 30% dell’export europeo verso gli USA, e impegnava l’UE a eliminare i dazi sui beni industriali americani e ad aprire il mercato agricolo.
Ma anche questo accordo aveva visto l’ombra dei ricatti geopolitici: a gennaio 2026 Trump aveva minacciato dazi al 25% su Francia, Germania, Paesi Bassi e altri Paesi europei se non avessero accettato di negoziare l’acquisto della Groenlandia da parte degli Stati Uniti. La minaccia era rientrata una settimana dopo, ma aveva confermato quanto i dazi siano diventati, nelle mani dell’attuale amministrazione, uno strumento di pressione geopolitica a tutto tondo.
L’impatto economico.
Paradossalmente, nonostante la violenza dello shock, l’economia europea ha retto meglio di quanto molti analisti avessero temuto. L’export UE verso gli USA è addirittura cresciuto del 3,4% nel 2025, in parte grazie a un effetto di anticipazione delle spedizioni prima dell’entrata in vigore dei dazi, e la BCE ha rivisto al rialzo le previsioni sulla bilancia commerciale.
Ciò non significa che il costo sia stato nullo. Secondo la BCE, i dazi hanno ridotto la crescita del PIL dell’area euro di circa 0,7 punti percentuali cumulati nel triennio 2025-2027. Il Fondo Monetario Internazionale stima un impatto negativo di circa mezzo punto percentuale sulla crescita nel biennio 2026-2027. L’aliquota tariffaria effettiva sulle esportazioni UE verso gli USA è oggi stimata attorno al 12%, quindici punti in più rispetto al 2024.
L’impatto non è uniforme tra i Paesi membri. Germania, Slovacchia, Austria, Italia e Svezia risultano i più esposti, con quote significative di export concentrato in settori colpiti duramente, acciaio, alluminio, veicoli, macchinari. All’opposto, Malta, Croazia, Estonia, Portogallo e Francia si trovano in una posizione più protetta. Tra i settori, farmaceutica, chimica e metalli subiscono i cali produttivi più marcati.
Un dato macroscopico che emerge dalla ricerca: il costo dei dazi americani viene scaricato quasi interamente sui consumatori e importatori statunitensi. Secondo la Federal Reserve di New York, circa il 90% del peso tariffario ricade sul lato americano, rendendo le misure di Trump, di fatto, una tassa sui cittadini degli Stati Uniti.
Sul fronte dei mercati, l’anno appena trascorso è stato segnato da episodi di forte volatilità, seguiti da una graduale stabilizzazione. L’annuncio del Liberation Day aveva scatenato un’ondata di vendite sui mercati azionari globali e turbato i mercati obbligazionari americani, con il rendimento del Treasury decennale che aveva toccato picchi di instabilità.
L’elemento più sorprendente è stato il comportamento del cambio: l’euro si è apprezzato di circa il 13% sul dollaro nell’arco di un anno, un andamento opposto a quanto i modelli tradizionali avrebbero previsto. Il dollaro ha perso la sua funzione di bene rifugio durante le fasi di stress, in quello che molti osservatori hanno interpretato come una «repricing» del rischio legato alla politica economica americana. Moody’s ha contribuito a questo clima declassando il debito sovrano USA da Aaa ad Aa1 nel maggio 2025, citando la deriva fiscale di Washington.
I mercati obbligazionari europei hanno invece mostrato una relativa tenuta: gli spread sovrani dell’area euro sono rimasti sostanzialmente stabili, senza segnali di contagio sistemico. La BCE ha ricordato che lo strumento TPI, meccanismo anti-frammentazione, resta disponibile in caso di tensioni ingiustificate.
Sul fronte bancario, le istituzioni europee hanno navigato la tempesta da una posizione di solidità patrimoniale. L’indice dei crediti deteriorati si mantiene intorno al 2,2%, stabile rispetto ai trimestri precedenti. Tuttavia, i dati sulle insolvenze aziendali, in crescita del 4,4% nel 2025 nell’UE, segnalano pressioni crescenti, soprattutto sulle PMI. Un campanello d’allarme che i supervisori bancari osservano con attenzione.
Le sfide che restano.
Guardando avanti, le incognite sono molteplici. La nuova sentenza della Corte Suprema ha chiarito i limiti legali dei poteri presidenziali in materia tariffaria, ma ha anche riaperto l’incertezza sul quadro applicabile. L’accordo UE-USA, la cui ratifica è sospesa, rimane tecnicamente in vigore de facto, ma la sua solidità giuridica è in discussione.
Nel medio termine, se l’apprezzamento dell’euro e i dazi dovessero rendere i prodotti europei strutturalmente più cari per i consumatori americani, le esportazioni europee potrebbero subire un calo di domanda più persistente. A ciò si aggiunge il rischio di deviazione commerciale dalla Cina: le merci cinesi escluse dal mercato americano cercano sbocchi alternativi, e l’Europa è uno dei mercati di destinazione privilegiati, con un aumento delle importazioni cinesi già visibile nel 2025.
Sul fronte della risposta europea, il Parlamento europeo e la Commissione dispongono di un arsenale di contromisure, dai dazi ritorsivi sospesi per 93 miliardi di euro di merci americane, allo strumento anti-coercizione, ma finora hanno scelto la strada della trattativa. Una scelta comprensibile, ma che lascia aperta la domanda su fin dove Washington potrà spingersi prima che Bruxelles decida di rispondere colpo su colpo.
foto Fred Guerdin European Union, 2025
