Washington, la strategia su Teheran cambia volto in 24 ore: Rubio frena, ma Hegseth aveva minacciato nuovi attacchi
Basta un giorno, a Washington, per passare dai toni da ultimatum militare a quelli della pressione economica “soft”. Secondo quanto riportato dal portale Axios, il segretario di Stato Marco Rubio avrebbe assicurato ai vertici diplomatici di diversi Paesi che gli Stati Uniti non intendono, almeno nel breve termine, lanciare nuovi attacchi contro l’Iran. La priorità dell’amministrazione, stando alla ricostruzione, si sposterebbe ora su sanzioni, blocco navale e sul tentativo di deviare quantità crescenti di petrolio lontano dallo Stretto di Hormuz.
Rubio avrebbe escluso, nelle sue comunicazioni, un ritorno a “operazioni di combattimento su larga scala”, pur senza chiudere del tutto la porta a un’azione militare nel caso in cui fosse l’Iran a colpire per primo. Funzionari statunitensi citati da Axios parlano di una linea che dovrebbe restare in vigore almeno fino alle elezioni di metà mandato del 3 novembre, e che punterebbe tutto sulla scommessa che la pressione economica, da sola, possa costringere Teheran a tornare al tavolo negoziale. Non a caso, secondo la stessa fonte, al momento non sarebbe in corso alcun negoziato diretto tra le due parti.
Un’inversione di rotta rispetto alle parole di Hegseth.
Il problema, però, è che queste parole suonano in netta discontinuità con quanto dichiarato appena il giorno prima dal segretario alla Difesa Pete Hegseth, in un evento pubblico in Wisconsin. Interpellato sulla possibilità che gli attacchi militari fossero sospesi, Hegseth aveva risposto senza esitazioni che Washington era pronta a colpire nuovamente l’Iran “se dovesse rendersi necessario”, avvertendo Teheran di non “alzare troppo la posta” né provocare le forze armate statunitensi. Parole che disegnavano uno scenario ben diverso da quello, più cauto e orientato alla diplomazia coercitiva, descritto ora da Rubio.
Anche sul fronte dello Stretto di Hormuz i toni divergono: mentre Hegseth aveva parlato di un blocco “a tenuta stagna” e di un controllo pieno del canale da parte americana, le fonti citate da Axios ammettono implicitamente che il petrolio iraniano continua a transitare, tanto che l’obiettivo dichiarato di Washington è ora “spostare quantità crescenti” di greggio fuori dallo stretto – un obiettivo, appunto, e non un risultato già acquisito.
Una macchina di governo che parla con più voci.
Il contrasto tra le dichiarazioni del Pentagono e quelle del Dipartimento di Stato restituisce l’immagine di un’amministrazione Trump che fatica a presentare un fronte compatto sulla crisi iraniana. Da un lato la retorica muscolare di Hegseth, funzionale anche a giustificare l’appello alle aziende della difesa perché si convertano a una “economia di guerra” e a sostenere la richiesta record di 1.500 miliardi di dollari per il Pentagono; dall’altro l’approccio più prudente di Rubio, che sembra scontare la consapevolezza che una nuova escalation militare, dopo i danni già subiti dalle strutture di intelligence americane nella regione, comporterebbe rischi politici ed economici difficili da gestire a ridosso delle elezioni di metà mandato.
Il risultato, agli occhi degli osservatori internazionali, è una linea americana che appare più reattiva che strategica: minacce di fuoco un giorno, aperture caute all’attesa il giorno successivo, in un’oscillazione che lascia margini di ambiguità tanto a Teheran quanto agli alleati di Washington sul reale piano d’azione della Casa Bianca nei confronti dell’Iran.
E’ proprio il giorno dei pagliacci…
foto thewhitehouse.gov
