14 Settembre 2026
Cultura

Sardegna, 160mila euro per un dizionario online: l’Acadèmia de su Sardu boccia il progetto della Regione

Un nuovo capitolo si apre nella lunga e mai sopita disputa sulla politica linguistica sarda. Al centro delle polemiche, recentemente, è finito il progetto approvato dalla Regione Autonoma della Sardegna per la realizzazione di un dizionario etimologico-fonologico online sardo-italiano/italiano-sardo, finanziato con 163.934,43 euro di fondi pubblici. A bocciarlo senza mezzi termini è stata l’Acadèmia de su Sardu APS, associazione culturale impegnata da anni nella tutela e nella valorizzazione della lingua sarda, che in un comunicato ha definito l’iniziativa un’operazione “che non salverà una sola parola dallo spopolamento linguistico”.

Le contraddizioni del progetto.

Secondo l’associazione, il bando si reggerebbe su basi contraddittorie fin dal titolo. Il capitolato prevede infatti che i lemmi siano redatti secondo le norme della Limba Sarda Comuna (LSC), lo standard ortografico approvato dalla Giunta regionale nel 2006, e che il dizionario includa una trascrizione fonetica IPA o, in alternativa, un file audio per ogni voce. Un’impostazione che, secondo l’Acadèmia, smentirebbe se stessa: la LSC nasce, per stessa ammissione della Regione, come proposta ortografica sperimentale a uso interno dell’amministrazione, non come lingua parlata dotata di una propria pronuncia. Allegarvi una fonetica ufficiale significherebbe, secondo l’associazione, costruire a tavolino l’accento di una lingua che nessuna comunità dell’isola parla effettivamente in quel modo.

Una politica linguistica che si contraddice da sola?

Il comunicato punta dunque il dito contro l’incoerenza complessiva delle scelte compiute negli ultimi anni dall’amministrazione regionale in materia di lingua sarda. Nel 2022 era stato introdotto il Repertorio grafematico sperimentale, presentato allora come un passo verso il riconoscimento delle varietà reali del sardo, in apparente superamento della rigidità della LSC. Tre anni dopo, tuttavia, le certificazioni B2 e C1 restano redatte in LSC, e lo stesso bando per il dizionario impone ai lessicografi di compilare le schede secondo quella norma. “Un cambio di rotta annunciato, denuncia l’Acadèmia, che nei fatti non avrebbe prodotto alcun risultato concreto”.

A questo si aggiunge un’inadempienza istituzionale più risalente: la legge regionale 22/2018 prevede, all’articolo 8, l’istituzione della Consulta della lingua sarda entro 45 giorni dall’entrata in vigore della norma, con il compito di elaborare uno standard linguistico condiviso. Ma, a distanza di otto anni, la Consulta non è mai stata nominata, mentre la Regione continua a promuovere tramite delibere e bandi una propria norma sperimentale, scavalcando di fatto l’organo che la stessa legge aveva individuato come sede legittima per quella decisione.

Un fronte diviso anche tra gli addetti ai lavori.

La vicenda mette in luce, ancora una volta, la difficoltà della maggioranza che governa la Regione nel costruire un percorso condiviso sulla politica linguistica sarda, un tema su cui, va ricordato, la stessa Giunta ha investito e continua a investire risorse pubbliche significative. Se da un lato l’amministrazione rivendica l’impegno nella tutela del sardo attraverso bandi e finanziamenti, dall’altro fatica a trovare una sintesi accettata anche dalle realtà associative e culturali che sul tema lavorano da anni sul territorio. Il risultato è una politica che procede per iniziative isolate e prive di visione complessiva, incapace di mettere d’accordo nemmeno chi si occupa quotidianamente di tutela linguistica, prima ancora di riuscire a raggiungere le comunità di parlanti a cui quelle politiche dovrebbero rivolgersi.

La proposta.

Più che contestare il singolo bando, l’Acadèmia de su Sardu propone alla Regione un cambio di paradigma nella gestione delle risorse destinate alla lingua sarda. Secondo l’associazione, la Sardegna dispone già di strumenti di consultazione consolidati , come il Ditzionàriu online regionale, e non ci sarebbe dunque alcun vuoto lessicografico da colmare con l’ennesima piattaforma.

“I 160mila euro stanziati, sostiene il comunicato, avrebbero un impatto ben più concreto se destinati, tramite bandi e convenzioni, alle realtà che lavorano sul campo con le comunità e le varietà storiche realmente parlate: chi fa immersione linguistica precoce nei nidi e nelle scuole dell’infanzia, chi produce contenuti multimediali per l’infanzia, chi forma educatori sul parlato reale dei singoli paesi. Risorse, viene ricordato, che potrebbero peraltro essere affiancate ai fondi previsti dalla legge quadro statale sulle minoranze linguistiche storiche (n. 482 del 1999), che già finanzia progetti nel settore”.

“Il sardo si mantiene vivo nelle strade e nelle case, tra chi lo parla oggi e chi potrebbe impararlo domani, conclude l’associazione, non in un archivio consultabile da un sito istituzionale destinato, con ogni probabilità, a restare inutilizzato”.

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