Romano Prodi a Cagliari: “L’Europa rischia di nazionalizzarsi proprio quando dovrebbe unirsi. Vannacci è una tendenza consolidata in Ue”
La proposta della Commissione Europea sul nuovo bilancio settennale preoccupa, e l’ascesa dei partiti estremisti mette a rischio la democrazia in Europa. A rimarcarlo, ai microfoni di Sardegnagol, è l’ex premier e presidente della Commissione europea, Romano Prodi, oggi a Cagliari per partecipare all’evento ‘L’Europa federale: una forza comune al servizio delle autonomie’, organizzato dall’associazione ex consiglieri regionali della Sardegna,
La Commissione Europea ha presentato una proposta di bilancio per i prossimi sette anni che tende a ridimensionare il ruolo delle regioni a favore degli Stati nazionali. Come la valuta?
“È uno dei problemi più seri del momento. Non riguarda solo le politiche territoriali, ma anche quelle agricole e regionali nel loro complesso. Siamo nel mezzo di un processo che tende a rinazionalizzare ogni tipo di questione, e questo mi preoccupa molto. Non è il momento di nazionalizzare: è il momento di avere una politica europea comune. Soprattutto se pensiamo a ulteriori allargamenti dell’Unione”.
Eppure c’è chi sostiene che il dialogo tra Stati e Commissione sia la sede naturale del confronto, lasciando alle regioni un ruolo interno…
“Il problema è esattamente questo. Quando l’interlocuzione avviene tra Stati e Europa, la questione regionale diventa un affare interno tra la regione e il proprio stato. Ma questa non è l’Europa che volevamo. L’Europa era nata proprio per ridurre le distanze, per dare voce anche alle realtà periferiche: le isole, le aree interne, i territori che rischiano di restare indietro. Su questo resta ancora tantissimo da fare”.
Sul fronte politico, in Europa crescono i partiti sovranisti ed euroscettici. In Italia si parla del progetto “Futuro Nazionale” di Vannacci come potenziale forza capace di erodere il centrodestra tradizionale. È una bolla o un fenomeno strutturale?
“Guardiamo il fenomeno Vannacci per quello che è: non qualcosa di eccezionale, ma parte di una tendenza europea ben consolidata. Che nella destra si formino partiti ancora più a destra è un fatto britannico, tedesco, italiano. Quando i partiti strutturati perdono consenso, la corsa verso l’estremismo – sia a destra che a sinistra – diventa un esito quasi inevitabile. Questo mi preoccupa profondamente, perché stiamo parlando di una trasformazione della democrazia stessa”.

Sul tema della crisi della democrazia, reputa che il rapporto tra Unione Europea e la Siria guidata da al-Sharaa, figura legata in passato ad Al-Qaeda, rappresenti una macchia per l’Europa? Come valuta questo tipo di interlocuzione?
Bisogna distinguere con molta attenzione. Non vedo un sostegno ufficiale della Commissione Europea al regime siriano: vedo la necessità di mantenere rapporti con tutti i Paesi. Nella mia esperienza mi è capitato più volte di dialogare con dittatori. Bisogna farlo con fermezza, con durezza, tenendo le proprie posizioni. È facile parlare con San Francesco; i problemi nascono quando si deve parlare con il lupo. Ma se rinunciamo a farlo, il mondo si spacca. Non condannerei quindi l’approccio europeo: il dialogo, anche difficile, rimane uno strumento necessario.
Per chiudere: come possono i giovani tornare ad amare l’Europa?
“I giovani hanno già un’attitudine verso l’Europa molto più favorevole rispetto alle generazioni anziane, perché ne stanno vivendo i vantaggi in prima persona, dagli Erasmus, ai viaggi, alla conoscenza di altri Paesi. Ma per farla amare davvero bisogna proporre obiettivi forti. I giovani non si innamorano per lo 0,50% del tasso di interesse. Io ho proposto un referendum formale sulla fine dell’unanimità nelle decisioni europee, in modo che l’Europa possa riprendere in mano la politica”.
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