Promuovere il patrimonio archeologico della Sardegna, Roberto Giacobbo: “Narrazione di qualità e dialogo tra scienziati e divulgatori”.

“La Sardegna dovrebbe vivere di solo turismo”. Una frase ricorrente nelle discussioni quotidiane circa le numerose potenzialità inespresse dell’isola. Virtualità negativamente incidenti per lo sviluppo della regione. Tra esse il sottodimensionamento del turismo archeologico, una forma di turismo culturale finalizzato a promuovere l’interesse pubblico per l’archeologia, che, in Sardegna, vive un’anormale condizione patologica, caratterizzata da una ‘sindrome da corpo estraneo’ e da una improbabile visione di sistema da parte delle principali istituzioni preposte. Sistemi burocratici amanti del proprio potere discrezionale e della propria autoreferenzialità, capaci nel tempo di assoggettare il nostro patrimonio alla cosiddetta ‘campana di vetro’, col risultato di sostenere una gestione dei beni culturali troppo elitaria e scarsamente accessibile per gli stessi sardi.

Un piccolo mondo antico che ha fatto dell’ineluttabile impermeabilità alla contemporaneità e della noncuranza del concetto di sviluppo territoriale intelligente, sostenibile e inclusivo, il proprio marchio distintivo, con buona pace delle ambizioni e delle citate ‘potenzialità inespresse’ dell’Isola.

Gianni Chessa, Roberto Giacobbo, foto Sardegnagol riproduzione riservata
Gianni Chessa, Roberto Giacobbo, foto Sardegnagol riproduzione riservata

Di questo, e della necessità di ‘spolverare’ la narrazione sul patrimonio archeologico della Sardegna, si è parlato ieri nel corso dell’incontro “Comunicare l’archeologia”, inserito all’interno del progetto Archeologika, promosso dall’Assessorato regionale al Turismo. Un ‘dibattito’ che ha visto la partecipazione di un ospite d’eccezione, il noto conduttore e divulgatore televisivo Roberto Giacobbo: “Alla base di una buona strategia di divulgazione ci deve essere un sostanziale dialogo tra chi comunica e chi è impegnato nella ricerca: bisogna condividere le proprie conoscenze. Quando facciamo una scoperta la principale difficoltà per la divulgazione scientifica è data, principalmente, dal lavoro di traduzione del linguaggio scientifico e dalla capacità di rendere tale versione trasversale e interessante per un pubblico eterogeneo. Dal bambino di 4 anni e fino ad arrivare all’anziano di 100, bisogna coinvolgere il pubblico con umiltà e suscitarne la curiosità, accompagnandolo con onesta alla scoperta dei luoghi. Per coinvolgere – prosegue – bisogna stupire, e per stupire ci vuole una storia”.

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Storie, a volte, create ad arte senza un vero e proprio fondamento scientifico: “Sulla narrazione efficace siti archeologici come Stonehenge, in Inghilterra, hanno fatto la fortuna turistica di una nazione. Un racconto secondo il quale le pietre sarebbero state portate in volo da Mago Merlino. E’ evidente che si tratti di una leggenda ma le persone vanno lì anche per ascoltare questo mito. La Sardegna ha una storia millenaria che non ha nulla da invidiare a quella di Stonehenge, anzi forse è più profonda e più vera: per poterla raccontare è necessario unire le forze, fare sistema con le sovraintendenze, la politica e la comunicazione. Rendere partecipe lo spettatore fino a fargli toccare ciò che vede. L’esperienza lo porterà a voler venire, o voler tornare”.

La divulgazione scientifica secondo Roberto Giacobbo

Parere condiviso dall’assessore regionale al Turismo Gianni Chessa: “Ho visitato Praga 20 volte nella mia vita e ricordo in particolare una visita fatta in compagnia di una guida turistica di 75 anni. Arrivati in prossimità della Piazza dell’Orologio la guida indicò un anello appeso nel muro, raccontandomi gli aneddoti del suo passato e ricordandomi, nel contempo, che laddove esso non fosse esistito avrebbe dovuto inventare una storia per suscitare la mia curiosità e interesse”.

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Da qui l’inizio del dibattito tra le archeologhe della Sovraintendenza di Cagliari-Oristano, Giovanna Pietra e Gianfranca Salis, Giacobbo e Chessa. Per la Salis “Archeologika rappresenta un’occasione per portare fuori dal nostro mondo il patrimonio sardo ma – ricorda – bisogna intervenire sulla comunicazione verso i sardi. I visitatori dei nostri musei e siti archeologici – prosegue – sono per lo più stranieri, mentre i dati sulle presenze dei sardi sono bassi”. Una riflessione dovuta, seguita da quella sulla necessità di trovare un’alchimia tra gli aspetti scientifici peculiari dell’archeologia e la divulgazione. Sul tema l’assessore Chessa ha dichiarato che “non dobbiamo cercare nemici ma dobbiamo raccontare al pubblico quel che è stato scoperto, nel rispetto di tutte le professionalità”, mentre per Giacobbo “si deve partire dai luoghi e dalle fonti, certe e verificate dagli archeologi e dialogare con chi sa fare comunicazione scientifica” e, ancora, che “fare cultura significa anche trasmettere contenuti, e farlo è sempre un servizio pubblico”.

Per l’archeologa Pietra, ancora, è difficile comunicare l’archeologia poiché “è rischioso divulgare ipotesi poco certe, capaci di creare falsi come nel caso delle pietre trasportate da Mago Merlino a Stonehenge”. Nel merito dell’osservazione Giacobbo ha condiviso una personale soluzione, l’onestà: “Bisogna raccontare l’esistenza delle diverse ipotesi e trattare il prossimo come vorremmo essere trattati, ovvero con onestà. Dobbiamo, ancora, avere il coraggio di raccontare anche i ‘lavori in corso’, magari il turista tornerà negli anni per sapere cosa è successo in quel particolare sito. Secondo una ipotesi gli Shardana erano le guardie personali di Ramses II, secondo un’altra versione erano invece una sorta di ‘top gun’ noti per le loro capacità militari. Nella Cittadella dei Musei di Cagliari sono esposti alcuni scarabei egizi: non è provato che fossero le guardie del corpo del faraone ma perché non divulgare questa ipotesi? Per un rettore di una facoltà egizia essi erano le bodyguard del terzo faraone della XIX dinastia. Perché non possiamo avere il coraggio di condividere queste ipotesi?”.

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Insomma, umiltà e onesta con il rischio di prendersi qualche critica da parte della comunità scientifica: “Neanche di fronte all’evidenza – prosegue Giacobbo – si riesce a convincere tutti, guardiamo al caso della vaccinazione anti-Covid19. Però bisogna iniziare a provare nuove formule”.

Gianni Chessa

Un assist per l’assessore Chessa: “Mettiamo risorse per la ricerca ma anche per creare ricchezza per la Regione Sardegna. Si deve puntare a nuove forme di turismo, lo dobbiamo fare per i nostri giovani e per contrastare la piaga della disoccupazione nell’Isola. Togliamoci le paure e mettiamo in condivisione le nostre conoscenze. Voi – rivolgendosi alle archeologhe – fate parte di un sistema non siete un corpo estraneo. Cambiamo registro, possiamo farcela tutti insieme”.

foto Sardegnagol, riproduzione riservata