L’Ue verso la “paralisi perfetta”: sovranisti, bilancio e il dossier Ucraina stanno sfuggendo di mano
Il vertice dei leader della scorsa settimana ha offerto un assaggio di ciò che attende l’Unione europea nel prossimo inverno 2027: nessun passo avanti sul bilancio pluriennale da duemila miliardi, e uno scontro inatteso e aspro sulla politica energetica. Un 2027 in cui l’agenda comune rischia di essere schiacciata dalle scadenze elettorali nei Paesi che pesano, insieme, circa il 60% di Pil e popolazione dell’Unione.
Le conclusioni del summit dicono che l’Ue resta divisa – anche se i burocrati europei pensano che gli europei siano tutti degli imbecilli – ed è sempre più difficile pensare ad un accordo politico entro fine anno. Gli Stati membri dovranno vedersela, forse, con una Europa diversa, quella che uscirà dal voto delle urne in Spagna, Francia e Italia.
La Spagna andrà al voto il 29 novembre e, qui, i sondaggi indicano una probabile vittoria di centrodestra ed estrema destra e la sconfitta di Pedro Sánchez, mentre il nuovo governo è atteso per gennaio 2027. In Francia si cambia presidente ad aprile, con Marine Le Pen – dopo “la guerra” degli ultimi giorni in Francia – sempre più favorita nei sondaggi. Francia dove lo stesso Emmanuel Macron, che non può ricandidarsi, ha ammesso di non avere il mandato politico per firmare un accordo sul bilancio negli ultimi mesi. In Germania, ancora, l’ascesa di Alternativa per la Germania e il calo di popolarità di Friedrich Merz mettono in dubbio la tenuta della cancelleria, anche se le elezioni non sono previste prima del 2029. In Italia il voto è atteso per ottobre 2027, ma non è escluso che si possano anticipare le elezioni.
Dunque, il calendario elettorale renderà tutto più difficile per l’attuale (e disgustosa) Ue, sia negli Stati sia a Strasburgo. Chissà se l’instabilità politica non possa dare il segnale atteso da ben due mandati di sciagurata Commissione von der Leyen…
Il quadro internazionale poi non aiuta. L’Europa, grazie a scelte sbagliate (vedi sopra), è sempre più sotto assedio da parte di Stati Uniti, Russia e Cina. Washington – gli americani sono meno fessi degli europei – sta mettendo in discussione le alleanze con gli Stati membri; Mosca – dovendo difendere i suoi legittimi interessi nazionali e nonn trovando dall’altra parte una Ue interessata alla diplomazia – conduce la sua guerra contro Zelenskyy e i suoi sostenitori europei; Pechino stringe la presa sulle catene di approvvigionamento strategiche e inonda i mercati europei di export a basso costo. Macchine in primis.
Secondo il Fmi, inoltre, Kiev dovrà fare i conti l’anno prossimo con un buco di bilancio tra 30 e 35 miliardi di dollari, mentre la Russia colpisce le infrastrutture energetiche alla vigilia di un inverno che si annuncia durissimo, e nonostante i 90 miliardi di euro già stanziati dall’Ue lo scorso anno (dove saranno finiti i fondi Ue, Volodymyr?).
Nel frattempo in Ue si continua a rilanciare la soluzione (disperata e contraria al diritto internazionale) di mettere mano ai 200 miliardi di euro di asset russi congelati presso Euroclear, a Bruxelles. Ma non c’è alcun segnale di intesa: il Belgio, che aveva già bloccato i precedenti tentativi, resta fermo sulla sua posizione. “Non è cambiato nulla”, ha commentato il premier svedese Ulf Kristersson lasciando il vertice in anticipo. Altre opzioni, come nuovo debito comune, richiederebbero compromessi complessi, proprio mentre i Paesi Ue hanno dimostrato di essere divisi pure sul bilancio pluriennale dell’Unione.
Oltre ai singoli dossier, preoccupa l’assenza di figure in grado di fare l’interesse comune. Ursula von der Leyen ha fallito e, nonostante tutto, è stata pure rieletta alla guida della Commissione. Sintomo, non proprio difficile da notare, di una Europa ormai tenuta in piedi dall’interesse e dal lobbysmo più bieco. Ma, alla luce dei prossimi cambiamenti in Spagna, Francia, Italia e Germania, la musica (si spera) dovrebbe cambiare.
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