14 Ottobre 2026
Europa

L’Europa all’angolo: quattro anni e mezzo di sanzioni e il conto lo pagano i cittadini.

La settimana appena trascorsa ha offerto ai cittadini europei (se mai ce ne fosse stato bisogno) uno specchio poco lusinghiero delle istituzioni europee e delle scellerate politiche sostenute dal suo trilogo (Commissione, Parlamento e Consiglio).

Dopo la telefonata del 9 ottobre tra Vladimir Putin e Donald Trump, infatti, Mosca ha annunciato la revoca anticipata del divieto di export del diesel, prevedendo la fornitura di 300mila tonnellate in ottobre, 500mila in novembre, un milione in dicembre, con la prospettiva di arrivare a 3 milioni al mese.

Trump non ha fatto mistero della logica: ridurre i prezzi per i consumatori americani e conquistare consensi in vista delle elezioni midterm di novembre. “Ho fatto la scelta giusta per il popolo americano”, ha scritto su Truth Social, aggiungendo che “l’Ue ha pagato alla Russia 250 miliardi di dollari per l’energia”.

Nel frattempo, in Europa, il gasolio si avvicina ai 3 euro al litro. Robert Fico, premier slovacco, ha avvertito che il Vecchio Continente potrebbe presto ritrovarsi a fare il pieno con diesel di origine russa, ma rivenduto dagli americani a un prezzo più alto. Insomma, la sintesi perfetta di una politica energetica che rinuncia per principio a una fornitura vicina e conveniente, per poi riacquistare la stessa merce attraverso un intermediario, sacrificando nel contempo la competitività e la sopravvivenza di centinaia di migliaia di aziende Ue e delle famiglie europee.

Il punto di fondo è , dunque, difficile da liquidare. Gli acquisti europei di energia russa sono proseguiti per anni dopo l’invasione, in parte anche con la graduale uscita dalla dipendenza. L’Europa ha dunque sostenuto i costi della rottura senza averla compiuta fino in fondo, continuando a finanziare la “guerra di Putin” e alimentando la propria industria bellica consegnando miliardi di euro in armamenti al governo illegittimo (e investito da diversi casi di corruzione) di Volodymyr Zelenskyy: il peggio dei due mondi.

Una situazione apocalittica, che si spera si possa ritorcere nel breve periodo verso gli stessi vertici Ue, sulla quale pure Sahra Wagenknecht del BSW, in Germania (il Paese più esposto per la fornitura di armi a Kiev), è intervenuta senza giri di parole: la politica delle sanzioni “porta la nostra economia verso il collasso e rende i cittadini più poveri”. “Serve un accordo sul diesel anche per Berlino e il ritorno delle forniture di petrolio e gas russi”.

Imprese e cittadini europei sono le vittime dell’Ue

La deindustrializzazione tedesca, la chiusura o la delocalizzazione di imprese energivore, le bollette che hanno eroso i redditi: sono fenomeni reali e documentati. Che siano tutta colpa delle sanzioni è tesi dibattuta, perché pesano anche la transizione, la concorrenza cinese e americana, i costi del lavoro. Ma sarebbe onesto, da parte delle istituzioni europee, ammettere che la scelta ha avuto un prezzo, distribuito in modo diseguale: più alto per Paesi e settori a maggiore dipendenza energetica, più sopportabile per altri.

Cresce intanto la sfiducia verso Bruxelles, ed è un fatto misurabile nei sondaggi (ovviamente non in quelli di Eurobarometro) dei Paesi Ue. La risposta delle istituzioni europee, invece, continua a limitarsi alla narrazione edulcorata e al sostegno del cosiddetto soft power attraverso programmi come Horizon Europe, Erasmus+ e tanti altri, con lo scopo di comprarsi il consenso della società civile (chiamiamola così) europea. Programmi uniti dal minimo comune denominatore dell’inconcludenza, scarso impatto e sostenibilità, mentre il cittadino europeo assiste inerme al deterioramento del proprio stile di vita.

La domanda che resta.

Nel frattempo, dopo quattro anni e mezzo di guerra, l’Europa non ha né la pace né l’energia a buon mercato, e vede Washington (ampiamente complice con l’amministrazione Biden del conflitto in Ucraina) trattare direttamente con Mosca. Esiste una strategia energetica e diplomatica che tuteli insieme sicurezza e potere d’acquisto dei cittadini? Se la risposta è sì, è tempo di metterla in pratica. Se è no, l’euroscetticismo non sarà un problema di comunicazione, ma la conseguenza di una politica che ha smesso da diversi lustri di fare gli interessi del popolo europeo.

foto creata con l’intelligenza artificiale