I numeri del Governo Draghi: perchè le coalizioni eterogenee non servono.

Potrebbe sembrare superfluo parlare ancora del Governo Draghi, data la rovente quanto ridicola (pensando ai contenuti) campagna elettorale balneare dei partiti italiani. Contenitori perennemente distratti dalle “facili soluzioni” e dall’esigenza – o meglio dall’ansia da prestazione – di convincere l’acritica base elettorale del Paese.

Sigle – chiamarli partiti sarebbe un’offesa verso il passato – sempre più capaci di raggiungere espressioni alte di pseudopolitica, con buona pace del concetto stesso di servizio pubblico. Non dovrebbe sorprendere, dunque, l’attuale girone dantesco nel quale si è arenata la governabilità del Paese.

Crisi di Governo, di fatto, voluta dal Movimento 5 stelle come confermato dalla decisione di non votare a favore della legge di conversione del Decreto Aiuti dello scorso mese di luglio. Provvedimento, nonostante l’approvazione da parte di entrambe le camere, che ha portato il Presidente Mario Draghi ha rassegnare le dimissioni, visto il venir meno di quel principio di governo di unità nazionale sulla cui base Draghi aveva accettato l’incarico.

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Una esperienza di Governo, nel bene e nel male – e volendo tralasciare i vari passaggi di Draghi al Quirinale, Senato e Camera – che negli ultimi 17 mesi ha prodotto un importante numero di riforme (decisamente non per i giovani ma questa è un’altra storia), seppur attraverso il ricorso a decreti legge e questioni di fiducia. Prassi, quest’ultima, da tempo in auge data la sintomatica crisi del sistema partitico contemporaneo, che ha decisamente limitato le facoltà del Parlamento, ovvero il massimo organo rappresentativo del Paese.

Durante l’esperienza di Governo Draghi, quindi, il ricorso alla questione di fiducia (posta in ben 55 occasioni nei 17 mesi di Governo) si è fatto via via più consistente con il trascorrere dei mesi nonostante l’ampia maggioranza che lo ha sostenuto fin dal suo insediamento. Un modus operandi per certi versi esaustivo circa il giudizio dell’ex presidente della BCE sulla qualità dei partiti politici italiani.

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Guardando, invece, alla produzione normativa del Governo Draghi sotto l’aspetto prettamente quantitativo, come rilevato recentemente da Openpolis, nel periodo compreso tra il 13 febbraio 2021 (data di insediamento del governo Draghi) e il 15 luglio 2022, “le leggi approvate in via definitiva sono state 125”. In particolare 44 ratifiche di trattati internazionali, 43 conversioni di decreti legge, 21 leggi ordinarie, 5 bilanci e atti collegati, 2 leggi costituzionali e 10 leggi delega, per una media di 7,35 norme approvate ogni mese.

Numeri e dati importanti per rinfrescare la “memoria ai pesci rossi” e tornare a fare il punto con maggiore cognizione di causa in vista delle prossime elezioni del 25 settembre. Alla luce dei ribaltoni andati in scena (miseramente) nel corso della fase più acuta della pandemia (come non ricordare le performance dei Governi Conte I e II) e dell’ultima esperienza del “Governo dei migliori”, come spesso ribadito dall’attuale Esecutivo, potrà essere illuminante per gli elettori (forse non per tutti/e) interiorizzare le sfide connesse all’espressione del proprio voto a favore di maggioranze eterogenee, unite, eufemisticamente parlando, con “lo sputo”.

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La vittoria elettorale di coalizioni formate da partiti troppo diversi, infatti, non potrà mai sostenere l’espressione di una chiara volontà politica e, di conseguenza, produrre accordi politici di ampio respiro e di lungo periodo.

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