Fondi Erasmus+, la vera domanda non è “cosa” si finanzia ma “come” si decide chi finanziare
Due interrogazioni al Parlamento Europeo su un drag show a Magonza e un corso a Vienna riaccendono un dibattito più ampio: quello sulla trasparenza dei criteri con cui le agenzie nazionali selezionano (o scartano) le migliaia di progetti giovanili presentati ogni anno nell’ambito del programma Erasmus+ gioventù.
Quanto costano questi progetti, chi li ha valutati e con quali criteri? Sono le domande che spesso si pongono migliaia di organizzazioni giovanili in Europa – sempre più discriminate dai valutatori delle tante agenzie nazionali per la gioventù responsabili del programma – e che si sono posti (ancora una volta) al Parlamento europeo.
L’eurodeputato tedesco Alexander Jungbluth (gruppo Europa delle Nazioni Sovrane), ha infatti chiesto conto di due iniziative finanziate con fondi Erasmus+: lo spettacolo drag “Mon Amour”, andato in scena a Magonza nel 2024 in occasione della Giornata franco-tedesca, e un corso di formazione per operatori giovanili tenutosi a Vienna nel giugno 2026 sul tema dell’inclusione dei giovani queer.
Per entrambi i progetti, l’eurodeputato chiede alla Commissione tre cose: quali obiettivi specifici e misurabili si intendesse raggiungere e quanto siano coerenti con le finalità della politica giovanile UE; l’ammontare esatto dei fondi impiegati, diretti e indiretti; e i nomi di organizzazioni e persone coinvolte nella progettazione e realizzazione.
Il problema non è il tema, è la verificabilità dei risultati.
Al netto del merito dei due casi specifici , che riguardano iniziative su cui è legittimo avere opinioni diverse , le interrogazioni sollevano una questione che va oltre la singola polemica: l’Erasmus+ dispone di un budget di oltre 26 miliardi di euro per il ciclo di programmazione in corso (si parla ad oggi di 40 miliardi per il prossimo bilancio europeo 2028-2034), e una parte consistente di questi fondi finanzia ogni anno migliaia di progetti giovanili in tutta Europa. La domanda posta da Jungbluth – quali risultati misurabili produca un determinato progetto rispetto agli obiettivi dichiarati del programma? – è in teoria una domanda che dovrebbe poter essere fatta, con la stessa serietà, per qualunque iniziativa finanziata, non solo per quelle che finiscono sotto i riflettori mediatici o politici.
Ed è qui che si apre il vero nodo, spesso meno visibile di un’interrogazione parlamentare: come vengono selezionati i progetti che ricevono i fondi, e come vengono scartati quelli che non li ricevono.
Le agenzie nazionali e il buco nero della trasparenza.
La gestione operativa di Erasmus+ è affidata, in ciascun Paese membro, ad Agenzie Nazionali che ricevono, valutano e finanziano le proposte progettuali presentate da associazioni, enti locali e gruppi informali di giovani. In Italia questo ruolo spetta all’Agenzia Italia per la Gioventù, debitamente riformata (valutate voi i motivi) dal Governo Meloni. Una riforma che ormai l’ha portata fuori dal monitoraggio diretto anche del Mediatore europeo. Ed è proprio a questo livello – quello della valutazione concreta dei progetti, lontano dai riflettori di Bruxelles – che arrivano le critiche più ricorrenti da parte di chi opera nel settore giovanile: proposte con obiettivi chiari, partenariati solidi e potenziale di impatto verificabile che vengono respinte con motivazioni ritenute generiche o poco argomentate, mentre mancano strumenti reali per ottenere chiarimenti puntuali sulle valutazioni ricevute. Inutile, nel merito, anche ricevere una risposta sulle qualifiche e competenze dei valutatori (censori) dell’AiG, giusto per rimanere in ambito italiano.
Il problema, se fondato su casi concreti e documentabili, è più serio di qualunque singola polemica su un evento specifico: un sistema di finanziamento pubblico che non è in grado di spiegare in modo trasparente perché un progetto viene approvato e un altro no mina la fiducia stessa nel programma, a prescindere da quali temi vengano poi effettivamente finanziati. Chi presenta un progetto (sulla base delle esigenze del territorio e soprattutto della guida Erasmus+) e si vede respinto ha diritto a sapere con chiarezza su quali basi è stata presa la decisione. Un diritto che non sempre verrebbe garantito nella pratica.
Una domanda che la Commissione elude e che il Mediatore europeo non può valutare .
Le due interrogazioni di Jungbluth seguiranno l’iter previsto dall’articolo 144 del regolamento del Parlamento Europeo, che obbliga la Commissione a fornire una risposta scritta formale. Sarà l’ennesima occasione per esternare la solita narrazione “che tutto va bene nell’ambito Erasmus+” e che continuare a finanziare inutili progetti sul nulla e sulle “flipchart dell’inclusione” è cosa giusta.
Difficilmente, infatti, emergeranno risposte nel merito su quali meccanismi di controllo, verifica e trasparenza esistono davvero sul lavoro delle agenzie nazionali, e se i giovani che ogni anno investono tempo ed energie nella progettazione di iniziative Erasmus+ abbiano accesso a un processo di valutazione realmente equo, tracciabile e rispondente alle loro richieste di chiarimento.
Perché se la posta in gioco è davvero costruire “valori europei” attraverso questi fondi, il primo valore da dimostrare concretamente dovrebbe essere quello della trasparenza istituzionale verso chi quei fondi li richiede.
Un aspetto fondamentale, da tempo in crisi. E qualcuno, giustamente, inizia a chiedersi se non ci siano interessi anche delle organizzazioni criminali in tale ambito a livello europeo.
foto National Erasmus+ Office Israel
