5 Marzo 2026
PoliticaSardegna

Trasparenza o finzione? L’ANAC celebra il Consiglio regionale, ma i cittadini non possono vedere nulla.

Cento per cento di aderenza agli obblighi di pubblicità. Così — stando al comunicato ufficiale pubblicato oggi dal Consiglio regionale della Sardegnal’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) ha promosso a pieni voti il Consiglio regionale, certificandone la “totale conformità” alla normativa sulla trasparenza amministrativa.

Peccato che, al di là della vetrina digitale e dei punteggi automatici della piattaforma “TrasparenzAI”, la realtà dei fatti racconti tutt’altro: un’istituzione che oscura, omette, nasconde e respinge chi tenta di guardare dentro le sue stanze. Tra curricula fantasma, rendiconti secretati, commissioni chiuse ai giornalisti può considerarsi l’Aula dei sardi pienamente aderente agli obblighi di pubblicità?

Dove sono i curricula e i criteri di selezione?

Davvero parliamo di trasparenza in un Consiglio regionale che non pubblica i curricula dei dipendenti dei gruppi politici, che non spiega chi siano, cosa facciano, con quali competenze siano stati assunti e secondo quali criteri?

Ma che problemi avranno all’ANAC? Perché affermare che il Consiglio regionale è “splendido splendente?”. Può la semplice pubblicazione di un pdf smunto e con qualche dato quantitativo sui dipendenti dei gruppi consiliari essere considerato come un atto di trasparenza?

240 milioni di euro “invisibili”.

Ancora più grave è la mancata pubblicazione delle rendicontazioni sui beneficiari dei cosiddetti emendamenti puntuali, approvati a ogni assestamento di bilancio e manovra finanziaria.
Un meccanismo opaco, che nell’ultimo anno ha spostato oltre 240 milioni di euro tra contributi discrezionali, fondi a pioggia e prebende di ogni tipo, spesso senza alcuna tracciabilità dell’impatto e delle spese. Eppure, per i “micragnosi” contributi fino a 5mila euro erogati dalla Presidena del Consiglio, la procedura richiede (giustamente) la pubblicazione di ogni informazione da parte dei beneficiari. Perchè non si può applicare la stessa prassi a chi, come la diocesi di Cagliari, prende oltre 6 milioni di euro dall’ultimo assestamento di bilancio o, ancora, agli spin-off giovanili del Partito Democratico che prendono ben 60mila euro per dipingere murales?

Come si concilia tutto questo con l’immagine di “amministrazione trasparente” che l’ANAC ha appena celebrato?
O si è trattato di un abbaglio clamoroso, o dobbiamo arrenderci all’idea che la trasparenza italiana sia ormai solo un esercizio formale, un rito autoreferenziale buono per i comunicati stampa, non per i cittadini.

Commissioni blindate e giornalisti fuori dalla porta.

E poi c’è l’aspetto più inquietante: le sedute delle commissioni permanenti, dove si discutono le leggi e si costruiscono le decisioni politiche, sono ancora precluse alla stampa.
Nessun giornalista (tranne quelli dell’ufficio stampa del Consiglio la cui funzione può essere solo istituzionale) può assistere. Solo le veline dell’ufficio stampa possono essere consultabili dalla stampa. Operatori dell’informazione, ovviamente, che non possono fare domande nel merito dei lavori delle commissioni.

Questa – dunque – è la vera fotografia del Consiglio regionale: porte chiuse, luci spente e silenzio stampa.
Ma, nel frattempo, l’ANAC plaude all’efficienza amministrativa, come se la trasparenza fosse una questione di moduli compilati e non di democrazia sostanziale. Il mondo, diceva Zucchero, “è ammalato”.

Repubblica delle banane 4.0.

Siamo dunque forse di fronte a una trasparenza di facciata, quella delle check-list e delle piattaforme automatizzate, dove basta spuntare una casella per guadagnarsi la medaglia della virtù istituzionale?

Di certo, al momento, restano i fatti sopra citati, che confermano una certa impermeabilità del Consiglio regionale al concetto di trasparenza. Nel frattempo, la cittadinanza (quella ancora interessata) può continuare a restare all’oscuro, il giornalismo d’inchiesta (e che non riceve prebende pubbliche) resta penalizzato e milioni di euro possono tranquillamente scorrere nel buio delle pieghe delle manovre e degli assestamenti di bilancio. Cara ANAC. Questo è proprio un bello schifo!

Il beneficio del dubbio, però, va concesso a tutti, anche alle entità pubbliche. Avrà dunque preso un abbaglio l’ANAC? O dobbiamo davvero rassegnarci a vivere in una repubblica delle banane digitalmente certificata?