Consiglio regionale, la giacca obbligatoria per i visitatori, magliette per gli onorevoli. E le commissioni restano a porte chiuse
C’è un regolamento per chi siede negli scranni e “prassi disinvolte” per chi sta sulle tribune. Il primo, a quanto pare, è più elastico del secondo. Cronaca, insomma, di un Consiglio regionale dove il dress code è una questione di rango e la trasparenza una promessa mantenuta fino a un certo punto.
Partiamo dall’abbigliamento. L’articolo 69 del regolamento del Consiglio regionale stabilisce che “l’abbigliamento dei consiglieri in Aula è disciplinato dall’Ufficio di Presidenza”. E proprio l’Ufficio di Presidenza, con le modifiche volute anni fa dalla buon anima di Giorgio Oppi, aveva eliminato l’obbligo della cravatta per gli onorevoli, mantenendo però il vincolo della giacca. Una soluzione di compromesso, sensata e snella.
A distanza di anni, però, quella regola è diventata un’indicazione di massima. Gli strappi non si contano più: in Aula, nelle commissioni permanenti e nelle riunioni dei capigruppo capita che i consiglieri si presentino, in barba al regolamento, in maglietta. Qualcuno anche verde militare, qualcun altro in polo rossa. La giacca, ultimo baluardo di forma per la posizione, resta un ricordo per alcuni/e. E non parliamo di chi vuole essere “giudicata per il lavoro”…
Due pesi, due misure?
Tutt’altro trattamento per i comuni mortali. L’articolo 68 del regolamento prevede che, durante le sedute, le persone ammesse alle tribune “devono essere munite di un’apposita autorizzazione di entrata ed essere correttamente vestite, stare a capo scoperto ed in silenzio, astenendosi da ogni segno di approvazione o di disapprovazione”. Visitatori e giornalisti, per entrare nell’Aula, devono quindi presentarsi con un abbigliamento impeccabile. Il paradosso è servito: chi guarda deve vestirsi meglio di chi governa.

La trasparenza … a porte chiuse.
Se il dress code è una questione di forma, c’è poi la sostanza. Ed è qui che il quadro si fa più serio, soprattutto per chi ricorda i proclami di chi voleva aprire i parlamenti “come scatole di tonno”.
L’articolo 52 del regolamento disciplina la pubblicità delle sedute delle Commissioni permanenti. Il comma 1 stabilisce che, di norma, “non sono pubbliche”. Il comma 2, però, prevede un’apertura: il presidente del Consiglio, “su domanda della Commissione, da avanzarsi almeno ventiquattro ore prima, può disporre che la stampa ed anche il pubblico siano ammessi a seguire lo svolgimento delle sedute con modalità telematiche”.
Una possibilità che, nelle ultime legislature, non è mai stata utilizzata. Dunque, agli operatori dell’informazione, ancora nel 2026, per prassi, è negato l’accesso ai lavori delle commissioni permanenti, se non per un breve giro fotografico attorno al tavolo. Una cappa di mistero, quindi, resta sovrana sugli organismi dove si istruiscono leggi e provvedimenti che incidono sulla vita dei sardi.
Il paradosso finale.
Il risultato è che, nel 2026, i cittadini sardi si ritrovano con un Parlamento regionale in cui gli onorevoli esercitano la massima discrezionalità anche sull’abbigliamento, mentre chi lo visita è l’unico a rispettare alla lettera il codice di comportamento. Sul fronte della trasparenza, poi, il discorso è ancora più amaro: dei lavori delle commissioni permanenti, fotografie a parte, bisogna fidarsi dei resoconti degli addetti stampa del Consiglio.
Basterebbe una domanda della Commissione e una firma del presidente per cambiare le cose. Intanto, giacca o non giacca, vale, in via Roma, la massima del Marchese del Grillo.
