Come una Fiaba

Oggi è un giorno importante, una ricorrenza che richiama alla memoria un evento impresso nella memoria di tantissime persone.
Certo, è la domenica della Pasqua Cattolica, e milioni di fedeli in tutto il mondo la celebreranno, per buona parte in maniera inconsueta visto che le regole del distanziamento sociale gli imporranno di passarla in solitudine o con una ristretta cerchia di parenti.

Ma per chi, come me, è nato e cresciuto nel capoluogo della seconda isola del Mediterraneo e tra le sue passioni annovera lo sport più praticato al mondo, il 12 Aprile 2020 rappresenta anche qualcos’altro.
Sto parlando ovviamente del calcio, di quel calcio capace di fornire alla cronaca e all’opinione pubblica tante occasioni di sdegno e dibattito, così come tante emozioni, preoccupazioni e gioie ai suoi innumerevoli tifosi.
E sto parlando, naturalmente, dell’anniversario dei 50 anni dello scudetto del Cagliari.

E’ molto difficile raccontarlo senza aver vissuto quelle settimane di intense sommosse emotive, in cui quella piccola squadra di provincia di quell’isola di banditi e strane usanze, si era improvvisamente accaparrata il posto d’onore sul tetto del palazzo del calcio italiano.

E non lo farò. Perché per me quegli eventi rappresentano una saga di portata quasi mitologica, il cui ricordo è talmente vivido da apparire quasi inciso nelle steli della memoria di chi, cagliaritano di nascita o di adozione, ha avuto la fortuna di assistere a quegli epici eventi.
Per me è come una fiaba. Una leggenda degna dei migliori e più ispirati Omero e Andersen, basata su fatti realmente accaduti, ma i cui contorni sono ornati da un alone di mistero e magia, che solo i decani, custodi dei ricordi per le generazioni a venire, hanno il diritto di tramandare.

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Io me la immagino proprio così: una lotta dove un manipolo di cavalieri degni della Tavola Rotonda deve sconfiggere un’orda di Golia, trincerandosi nella sua fortezza incastonata tra i colli, difendendosi dagli attacchi delle flotte dei Greci, combattendo coraggiosamente contro semidei, ciclopi, guerrieri invincibili, draghi, streghe malvage e battaglioni di invasori, a colpi di pallonate e cavalcate verso le reti avversarie.

Sono tanti i personaggi che popolano le pagine di queste leggende che mi sembra di vivere a occhi aperti ancora oggi, narrate dai bambini di allora e genitori e nonni di oggi, ma alcuni di essi sono ben più vividi nella mia fantasia, nonostante tutti abbiano contribuito a scrivere le pagine di una delle saghe più popolari e riuscite degli ultimi 50 anni della storia sportiva della nostra isola e di tutta Italia.
Scopigno è il saggio stregone filosofo, con un aspetto un po’ meno patinato rispetto a un Merlino disneyano, ma più simile a un misto tra l’Aristotele mentore di Alessandro Magno e il Tyrion del più moderno Game of Thrones, sempre intento a fornire massime e insegnamenti memorabili e tessere trame di strategia e magia, perennemente avvolto dalla nube della sua sigaretta e dei suoi pensieri.

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Enrico AlbertosiAlbertosi è un guerriero dallo scudo impenetrabile, ultimo baluardo posto alla difesa del castello rossoblù, invincibile come il Pelide Achille, e vulnerabile solo alle diaboliche astuzie che riescano a colpirne il tallone, ma capace persino di risorgere dalle sue ceneri come un’araba fenice.
Poi c’è Niccolai, ricordato più per i suoi spettacolari autogol che per le sue imprese a favore della sua squadra. Ebbene Niccolai mi ha sempre fatto pensare a Bruce Harper, il difensore della Newteam del cartone animato nipponico dedicato al calcio che più di tutti è rimasto impresso nell’immaginario della mia generazione: maldestro ma dotato di grande cuore e di una dedizione che lo faranno approdare a un palcoscenico di portata inimmaginabile.

E gente come Nenè, Domenghini, Greatti, Tomasini, Martiradonna, Zignoli e Cera, a mò di umani, elfi e nani, che forniscono il loro fondamentale contributo alla scalata del Monte Fato di questa insolita compagnia dell’anello, che siedono di diritto alla tavola rotonda della leggenda al pari dei cavalieri di Excalibur come Sir Galahad, Gowayne, Percival e Tristano. Come Bobo Gori, attaccante dalla classe cristallina, uno dei pochi in Italia ad aver vinto uno scudetto con tre maglie differenti, che come Lancillotto sarebbe il protagonista principale di una storia dove non fosse già presente un Artù, ma senza il cui apporto questa storia non avrebbe lo stesso gusto e forse non sarebbe mai stata scritta: è lui che sferra, tra gli altri, il fendente decisivo che abbatte l’ultima difesa, nelle vesti del Bari in quel 12 Aprile 1970, per conquistare il Graal, quello scudetto che sino a quel momento sembrava altrettanto immerso nella leggenda e che come tale resterà immortale.

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E poi ovviamente lui, Gigi Riva, il cui soprannome Rombo di Tuono sembra già frutto di un capitolo della saga dei Nibelunghi. Riva, giunto a Cagliari come Lo Straniero Senza Nome di Clint Eastwood e che ha poi voluto tenere quello scudo dei quattro mori impresso nella sua cotta di maglia senza cedere alle malìe d’oltremare, è un personaggio che per me, è davvero una leggenda. Quando lo incontrai, alcuni anni fa, rimasi senza fiato, e quasi senza parole. E’ stato un po’ come trovarsi di fronte a un Robin Hood in carne e ossa, un eroe del popolo oppresso, che con la sua allegra compagnia è riuscito a regalare il sorriso a un’intera isola con le sue imprese.
Una storia avvincente che mi piacerebbe raccontare così ai bambini di oggi, per cercare di trasmettergli l’amore per uno sport che ha bisogno di valori per regalarci la sua essenza più affascinante.
Una leggenda unica e irripetibile. Forse. Perché a me piace pensare che, come Peter Falk al termine de La Storia Fantastica, il nonno tornerà domani per raccontargli un’altra incredibile avventura.

Federico Gaviano

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