Cibo, salute e fiducia: il rapporto Coldiretti/Censis fotografa un’Italia che chiede più trasparenza
Gli italiani chiedono all’Europa di mettere un freno ai cibi ultraformulati, pretendono etichette trasparenti, reclamano la stessa severità per i prodotti importati e vogliono che l’educazione alimentare entri nelle aule. È il quadro che emerge dal nuovo Rapporto Coldiretti/Censis “La filiera della buona salute: la centralità del cibo italiano”.
Ultraformulati, un allarme sociale.
Quasi otto italiani su dieci (78%) chiedono all’Unione europea di intervenire per ridurre il consumo di alimenti ultraformulati. Per l’86% limitare merendine, snack ed energy drink aiuterebbe a contrastare l’obesità, mentre l’81% vorrebbe vietarli nella ristorazione collettiva, dalle mense scolastiche a quelle ospedaliere e aziendali. Il 64% li escluderebbe del tutto dalle scuole, il 55% dagli ospedali e il 50% da palestre e centri sportivi, dove spesso si trovano nei distributori automatici.
Secondo il rapporto, però, il consumo è spesso favorito dalla mancanza di alternative: il 73% segnala che in molti luoghi è difficile trovare prodotti sani, e il 76% dichiara che mangerebbe meno cibo spazzatura se avesse più facilmente accesso a opzioni più salubri. Barrette, snack ed energy drink si consumano soprattutto in viaggio, tra treni, stazioni, autogrill e aeroporti, ma anche sul luogo di lavoro, a scuola, all’università e in palestra. Il consumatore, osserva lo studio, opera in un contesto “a sovranità limitata”.
Pesa anche la scarsa attenzione alle etichette: controllano gli ingredienti il 49% degli italiani per gli snack salati industriali, il 46% per le merendine, il 45% per dolciumi e caramelle, il 41% per le barrette proteiche e appena il 26% per gli energy drink.
L’intelligenza artificiale a tavola.
Cinque milioni di italiani si affidano all’intelligenza artificiale per costruire un piano alimentare o una dieta, spesso senza avere gli strumenti per valutare l’attendibilità delle risposte. Il 47% dichiara di essersi imbattuto in informazioni rivelatesi false. Il rischio, spiega il rapporto, si ripete quando le verifiche avvengono ancora sul web, tra siti, blog e social, anziché rivolgendosi a esperti. Si è aperta, osserva lo studio, una sorta di “guerra per le coscienze dei cittadini”, in cui diventa decisivo il ruolo di chi può veicolare informazioni certificate: operatori sanitari, insegnanti, genitori. L’IA può essere una risorsa, concludono Coldiretti e Censis, ma non deve sostituire il sapere scientifico né il confronto con medici e nutrizionisti.
Non mancano poi le truffe e le sofisticazioni alimentari.
Dall’olio d’oliva tunisino spacciato per italiano alle etichette ingannevoli fino alle vere e proprie truffe: il 75% degli italiani è stato vittima almeno una volta di inganni a tavola. Cresce così la richiesta di tolleranza zero, perché queste pratiche non sono più viste come semplici furbizie ma come minacce alla salute pubblica da punire con sanzioni severe.
Al 74% è capitato di cercare prodotti 100% italiani senza riuscire a trovarli, mentre il 64% non ha trovato in etichetta l’origine di un alimento. Per l’89% servono leggi severe contro le frodi su qualità e provenienza, e l’88% considera le etichette ingannevoli sull’origine una minaccia per la salute pubblica. Un passo avanti, ricorda Coldiretti, è stata l’approvazione della legge sui reati agroalimentari, ispirata alla cosiddetta “Legge Caselli” e ottenuta dopo oltre un decennio di impegno. Il prossimo obiettivo è estendere l’obbligo di indicazione d’origine a tutti gli alimenti commercializzati nell’Ue, insieme a controlli innovativi basati su risonanza magnetica, mappa genomica e mappatura isotopica, con la creazione della prima banca dati nell’ambito del Coltivaitalia.
La trasparenza resta il faro dei cittadini: l’84% vuole conoscere la reale provenienza di alimenti e ingredienti, e l’80% chiede di indicarla anche nei ristoranti.
Educazione alimentare, la scuola come presidio.
L’85% degli italiani ritiene utile introdurre nelle scuole progetti di educazione alimentare fin dall’infanzia. I dati mostrano un ritardo di consapevolezza: solo il 19% indica l’adolescenza come la fase in cui ha capito con più chiarezza il nesso tra cibo e salute e appena il 5% l’infanzia, mentre per il 52% è accaduto nella prima età adulta e per il 20% in età matura o avanzata. Eppure è nei primi anni che si forma l’imprinting delle abitudini che durano una vita. Il 95% riconosce un ruolo importante agli istituti scolastici nella promozione della cultura del buon cibo, e il 94% a medici e personale sanitario. Di qui l’appello di Coldiretti a rafforzare un’alleanza educativa tra famiglie, scuole, medici e agricoltori.
Reciprocità: “Stesse regole per tutti”… per tutto il resto c’è il Mercosur.
L’87% degli italiani ritiene che il cibo non sia un bene di consumo come gli altri e richieda regole e tutele specifiche. L’88% chiede che agli alimenti importati siano applicate le stesse norme sanitarie e di sicurezza previste per quelli prodotti in Italia e nell’Unione europea. L’83% vuole contrastare le pratiche che compromettono qualità e trasparenza e, nella stessa misura, chiede di bloccare le importazioni di grano per pane e pasta da Paesi dove sono ammesse sostanze non consentite in Italia, come nel caso del frumento canadese essiccato con glifosate, molecola ritenuta da molti studi potenzialmente cancerogena. Per il 72% va inoltre vietata l’importazione di alimenti da Paesi che non rispettano i diritti umani, sindacali e di libertà personale, come nel caso del riso proveniente da Paesi asiatici dove, secondo il rapporto, viene sfruttato il lavoro minorile. E poi c’è il dossier Mercosur sul quale crede molto l’attuale Commissione europea.
