6 Settembre 2026
Europa

Accordo UE-Israele: l’Europa che pontifica e non agisce

C’è un’Europa che sa essere durissima. Che sa comminare sanzioni, congelare asset, espellere ambasciatori e gridare ai quattro venti il proprio attaccamento ai valori fondamentali, diritti umani, stato di diritto, diritto internazionale. È l’Europa che ha risposto all’invasione russa dell’Ucraina con una compattezza inedita.

Poi c’è un’altra Europa. Quella che nel 2025, mentre era alle prese con una revisione formale dell’Accordo di Associazione con Israele, ha concluso , nero su bianco, che “vi sono indicazioni che Israele abbia violato i propri obblighi in materia di diritti umani” ai sensi dell’articolo 2 dell’accordo stesso. Da allora, però, c’è stato solo silenzio e immobilismo.

È questa contraddizione che la deputata europea Hannah Neumann (Verdi/ALE) ha portato all’attenzione dell’Alto Rappresentante per la Politica Estera, ovvero l’estremista estone, Kaja Kallas. Una interrogazione scomoda, che fotografa un’Unione Europea sempre più a corto di credibilità sulla scena internazionale.

Mentre Bruxelles delibera, riflette e consulta, sul terreno la situazione è precipitata. I bombardamenti su Gaza sono proseguiti ben oltre il cessate il fuoco dell’ottobre 2025. L’espansione degli insediamenti illegali in Cisgiordania ha accelerato: solo questa settimana sono stati approvati 34 nuovi insediamenti illegali, e il progetto E1, che di fatto spezzerebbe in due la Cisgiordania, ha compiuto un ulteriore passo in avanti.

Recentemente, la Knesset ha anche approvato una legge sulla pena di morte che si applica esclusivamente ai palestinesi, una norma apertamente discriminatoria, condannata persino dal SEAE come violazione del diritto internazionale e del diritto alla vita. Gli attacchi dei coloni, ancora, hanno raggiunto livelli senza precedenti. Le organizzazioni per i diritti umani, come B’Tselem, documentano gravi abusi sui detenuti palestinesi, con accuse di torture e privazione del cibo.

I doppi standard di chi predica bene e razzola male.

Il punto politicamente esplosivo è proprio questo: l’Unione Europea ha già emesso il proprio giudizio. Non lo ha fatto un’ONG, non lo ha fatto un governo avversario, lo ha fatto il suo stesso apparato diplomatico (ricordiamolo il SEAE). Eppure l’accordo di associazione è ancora in vigore, i rapporti commerciali e di cooperazione proseguono, e la sospensione dell’accordo resta un’ipotesi teorica che nessuno sembra voler trasformare in azione concreta.

Viene spontaneo il confronto. Con la Russia, le misure restrittive sono arrivate in tempi rapidi, con determinazione e ampia mobilitazione politica. Con Israele, si attende, si monitora, si esprime “preoccupazione”. Come se i diritti umani avessero un peso diverso a seconda di chi li viola e di quanto quel Paese sia strategicamente comodo da non irritare.

L’interrogazione di Neumann chiede esplicitamente se questi nuovi sviluppi modifichino la valutazione del SEAE sulla compliance di Israele all’articolo 2, e quali implicazioni abbiano per una possibile sospensione dell’accordo. Una risposta è attesa. Ma nell’Europa dei doppi standard, le risposte che contano arrivano raramente e, quasi mai, in tempo.

foto Aurore Belot Copyright: © European Union 2016 – Source : EP