Parlamento europeo, il rapporto FEMM sulla parità di genere: meno elette, poche donne ai vertici ed emendamenti ignorati
Il Parlamento europeo si presenta come il campione della parità di genere, ma la sua stessa commissione per i Diritti delle donne (FEMM) mette in fila, nella bozza di relazione del 24 settembre 2026 sul “gender mainstreaming” (2025/2215(INI)), una lunga serie di criticità. Il testo, ancora da votare e quindi non definitivo, denuncia un “crescente contraccolpo” che minaccia i progressi finora ottenuti sul fronte del “gender mainstreaming”.
Il primo segnale d’allarme riguarda la rappresentanza. Per la prima volta la quota di eurodeputate è scesa, dal 39,7% al 38,5%. Il Parlamento resta comunque sopra la media dei parlamenti nazionali (32,3%), ma la relazione chiede di non abbassare la guardia e di introdurre le liste “a cerniera” (alternanza uomo-donna) nella legge elettorale europea.
Le donne, ancora, sono il 60,2% del personale, ma solo il 35,3% dei direttori generali. L’obiettivo “50-50-50” non è stato raggiunto proprio sulle direzioni generali: le donne occupano appena 6 posti su 17. Calano anche le presidenti di commissione, dal 55% al 42,3% nel 2026, e cinque commissioni hanno chiesto una deroga alle regole sull’equilibrio di genere nella composizione degli organi. Va detto che il quadro non è solo negativo: l’Ufficio di presidenza è perfettamente equilibrato, con sette vicepresidenti donne su 14, e tra i direttori le donne sono il 51,7%.
La relazione giudica ancora insufficienti i passi avanti sulle molestie dai tempi del MeToo. Pur accogliendo con favore la formazione obbligatoria anti-molestie per eurodeputati e personale, denuncia la sottodenuncia da parte delle vittime e la necessità di maggiore protezione. Sotto accusa anche sessismo e odio online, che ostacolano la partecipazione politica delle donne e alimentano la disinformazione di genere: si chiedono “azioni urgenti”.
Emendamenti ignorati e piani nel cassetto.
Sul fronte legislativo, solo il 24% degli emendamenti della FEMM è stato recepito nelle relazioni delle commissioni capofila e appena il 16% nei testi approvati in plenaria. Da qui la richiesta di reintrodurre gli emendamenti dedicati al gender mainstreaming. Tutte le commissioni hanno adottato un piano d’azione sulla parità, ma, rileva il testo, senza attuarlo né aggiornarlo. Mancano inoltre una metodologia standard di valutazione d’impatto di genere e dati disaggregati sufficienti per analizzare le dinamiche di potere.
Poche risorse, poca tracciabilità.
La relazione lamenta fondi insufficienti e chiede un bilancio “sensibile al genere”, con tracciamento delle spese. Nei programmi Ue, la parità è un principio orizzontale, ma nella maggior parte dei casi mancano obiettivi specifici e quote di spesa dedicate, il che impedisce di verificare quanto si investa davvero. Si chiede di rafforzare l’approccio nel prossimo quadro finanziario 2028-2034.
Le critiche non risparmiano le altre istituzioni. Alla Commissione il testo rimprovera un gender mainstreaming “debole”, nonostante la task force sull’uguaglianza: solo il 7% delle valutazioni d’impatto della scorsa legislatura ha considerato gli effetti di genere. Il Consiglio, invece, non ha una formazione dedicata alla parità e, secondo il rapporto, i negoziati al suo interno hanno talvolta ritardato atti legislativi chiave.
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