Golfo Persico: l’Oman rilancia per il dialogo regionale
Dopo anni di tensioni, embarghi diplomatici e strategie di contenimento reciproco, il Golfo Persico potrebbe trovarsi di fronte a un’occasione storica per ripensare la propria architettura di sicurezza. A rilanciare il tema è stato, lo scorso luglio, il ministro degli Esteri dell’Oman, Sayyid Badr Albusaidi, che ha proposto di coinvolgere tutti e otto gli Stati che si affacciano sul Golfo – l’Oman e i cinque Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, insieme a Iran e Iraq – nella progettazione di un nuovo sistema regionale di sicurezza condivisa.
La proposta, in circolazione fin da giugno attraverso un gruppo diplomatico informale noto come “Group of Friends of the Process”, parte da una constatazione tanto semplice quanto scomoda: la politica del contenimento nei confronti di Teheran, portata avanti per anni dagli Stati del Golfo e dai loro alleati internazionali, non ha prodotto risultati duraturi in termini di sicurezza. Per questo Albusaidi ha invitato i Paesi della regione a rivedere anche i propri rapporti con le grandi potenze alleate, a partire dagli Stati Uniti, assumendosi maggiore responsabilità diretta per la propria sicurezza.
Una regione a una svolta strategica.
Gli osservatori internazionali, ricorda un lavoro di indagine dell’ex Segretario alla Difesa del Regno Unito, Geoffrey Hoon, concordano nel ritenere che il Golfo stia attraversando una fase strategica nuova. Gli eventi degli ultimi tempi hanno da un lato dimostrato la notevole capacità degli Stati della regione di proteggere società, infrastrutture ed economie, confermando al tempo stesso il valore delle alleanze internazionali già in essere. Dall’altro lato, però, hanno reso evidente un limite strutturale: la sola preparazione militare, per quanto importante, e i rapporti di sicurezza con le potenze esterne non bastano da soli a garantire una risposta stabile alle incertezze politiche della regione.
La domanda che si pone, dunque, non riguarda solo la capacità dei Paesi del Golfo di reagire alle crisi, ma quella di poter incidere sull’ambiente regionale in cui quelle crisi si generano. E la risposta, secondo chi sostiene l’iniziativa omanita, non risiede necessariamente in una nuova alleanza militare o in un ulteriore accordo di sicurezza progettato dall’esterno, quanto piuttosto in qualcosa di meno appariscente ma potenzialmente più duraturo: un processo regionale permanente, capace di far dialogare Stati con interessi e visioni della sicurezza anche molto diversi tra loro, costruendo fiducia reciproca nel tempo.
Il precedente di Helsinki.
A ispirare la proposta è il precedente storico del cosiddetto “processo di Helsinki”, l’iniziativa diplomatica degli anni Settanta che permise, in piena Guerra Fredda, il dialogo tra blocchi contrapposti. Il valore di quell’esperienza, ricordano gli analisti, non risiedeva tanto nell’accordo raggiunto nel 1975, quanto nell’aver creato una cornice stabile all’interno della quale Stati profondamente divisi sul piano politico e strategico potevano continuare a incontrarsi, stabilire principi condivisi, sviluppare misure di rafforzamento della fiducia e, nel tempo, cambiare la natura stessa delle proprie relazioni.
Naturalmente, le circostanze del Golfo sono molto diverse da quelle dell’Europa della Guerra Fredda, e nessun modello storico può essere trasferito meccanicamente da una regione all’altra. Resta valido, tuttavia, il principio di fondo: un processo di dialogo non deve necessariamente attendere un accordo definitivo sulla forma finale dell’ordine regionale per essere avviato. Anzi, proprio dove la sfiducia strategica è maggiore, i contatti regolari possono rivelarsi più preziosi: canali di comunicazione stabili riducono il rischio di errori di calcolo, la cooperazione pratica crea abitudini di fiducia reciproca, e accordi modesti su temi di interesse comune possono aprire, nel tempo, la strada a forme di collaborazione più ambiziose.
Tra i possibili terreni di partenza per questo tipo di cooperazione vengono indicati la sicurezza marittima, la comunicazione in caso di crisi, la protezione delle infrastrutture critiche, la cooperazione umanitaria, la risposta ai disastri naturali e la connettività economica: ambiti che non richiedono ai governi di risolvere preventivamente le proprie divergenze politiche più profonde per potersi sedere allo stesso tavolo.
Un simile percorso, sottolineano i sostenitori dell’iniziativa, non sarebbe in contraddizione con i rapporti di sicurezza già stabiliti dagli Stati del Golfo con le potenze internazionali. Stati Uniti, Europa, Regno Unito, Cina e altri attori continueranno ad avere interessi e responsabilità rilevanti nella regione, e un più solido quadro politico regionale potrebbe integrare quei rapporti anziché entrare in competizione con essi.
Per gli Stati del Golfo stessi, però, la posta in gioco è forse ancora più significativa: un ordine regionale non può dirsi davvero sostenibile se i Paesi direttamente coinvolti restano principalmente soggetti a decisioni prese altrove. Gli Stati piccoli e medi della regione, pur disponendo di un peso militare inferiore rispetto alle grandi potenze, possiedono altri strumenti di azione diplomatica: la capacità di convocare, di costruire istituzioni, di creare canali di comunicazione e di rendere la cooperazione conveniente anche per gli altri attori.
Il ruolo dell’Oman.
Non è un caso che sia proprio Muscat a farsi promotrice di questa iniziativa. La tradizione diplomatica omanita, sviluppatasi in particolare sotto la guida del defunto sultano Qaboos, non si è mai fondata sull’esercizio della forza, quanto piuttosto sulla credibilità, sulla pazienza e sulla capacità di mantenere rapporti al di là delle divisioni politiche. Un eventuale processo regionale facilitato da Muscat non avrebbe bisogno di partire da ambizioni istituzionali immediate: la sua forza potrebbe risiedere proprio nel lasciare agli Stati partecipanti la possibilità di determinarne ritmo, portata e forma finale, privilegiando il consenso rispetto alla velocità e la continuità rispetto alla cerimonialità.
Un simile percorso, sostengono gli analisti, non dovrebbe nemmeno preoccuparsi di definire in anticipo la futura architettura di sicurezza del Golfo. Il suo scopo potrebbe essere più semplicemente quello di creare le condizioni perché siano gli stessi Paesi della regione, nel tempo, a poter definire quell’architettura in autonomia. Un obiettivo modesto nelle intenzioni, ma potenzialmente di grande portata negli effetti.
Non un’alternativa, ma un nuovo collegamento.
La lezione che arriva da decenni di diplomazia internazionale è che le istituzioni durature raramente nascono perché tutte le parti in causa scoprono improvvisamente di essere d’accordo. Nascono, piuttosto, perché i governi riconoscono che il disaccordo persistente è di per sé una ragione sufficiente per stabilire regole, canali e consuetudini attraverso cui gestire quel disaccordo.
Il Golfo, secondo chi promuove questa lettura, potrebbe trovarsi proprio davanti a un momento di questo tipo. Il compito da affrontare non consiste nello scegliere tra deterrenza e dialogo, né tra partnership internazionali e autonomia regionale: un ordine regionale stabile richiederà probabilmente entrambi gli elementi. Il vero compito, più difficile, è metterli in relazione tra loro. E un processo regionale permanente – come quello già sostenuto dal gruppo diplomatico “Friends of the Process” – potrebbe rappresentare proprio quel punto di collegamento: non una soluzione immediata ai problemi di sicurezza del Golfo, ma uno strumento per rendere possibili, in futuro, soluzioni che oggi appaiono ancora fuori portata.
foto U.S. Department of War
