5,3 milioni di giovani inattivi, il 42% nel Sud Italia.

Sale l’età media in Italia (45,6 anni) e – sarebbe stato incredibile il contrario – il numero di giovani inattivi under30: circa 5,3 milioni, dei quali il 42% al Sud. Numeri drammatici, a prova di slogan governativi e Pnrr nazionale, che rappresentano il 13,8% della popolazione in età lavorativa.

Una vera e propria macelleria sociale sulla quale si continua a intervenire con misure non di sistema e nella totale assenza di alcun barlume di pensiero critico da parte dei rappresentanti delle istituzioni. Azioni, non per questo, poco impattanti per le casse dello Stato, a partire dal maxi piano per la formazione prevista nella missione giovani del Pnrr e l’assenza di interventi paralleli a supporto dell’inclusione giovanile. Si continua a voler intervenire, generalmente, su chi è ancora dentro il circuito dell’istruzione, dimenticando di sostenere chi da sempre è impegnato nella realizzazione di processi di inclusione dei giovani fuoriusciti da esso, ovvero le organizzazioni giovanili. Cosa ci si poteva aspettare da un Paese fermo da decenni sul dogma della formazione e degli investimenti in ricerca e sviluppo, specialmente con riferimento alle aree depresse del Paese come il Sud Italia?

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Regioni diverse tra loro ma accomunate dalla scarsa integrazione con il mercato del lavoro e, in generale, da competenze carenti o diverse da quelle richieste dal mondo lavorativo nella “società della conoscenza”, come quelle digitali, che un giovane su tre non ha sviluppato nemmeno a livello base, anche fra i cosiddetti nativi digitali. Un problema che nasce, indubbiamente, all’interno della scuola, luogo, guardando al contenuto della didattica, sempre più simile ad un ‘parcheggio’ degli studenti, piuttosto che connotarsi come un contesto dove poter trovare spunti per la propria crescita personale e per lo sviluppo di opportune competenze trasversali. Uno scarso appeal confermato dai sempre più crescenti tassi di abbandono scolastico nelle varie aree del Sud.

Queste sono solo alcune delle riflessioni che emergono dalla lettura del rapporto di Randstad Research “Le isole dei 5,3 milioni di giovani inattivi”, sul profilo dei giovani inattiva. Oltre un quarto degli studenti italiani – si legge nel rapporto – entra nell’età lavorativa con forti insufficienze in comprensione della matematica come mostrano i test PISA. Siamo poi all’ultimo posto dell’Europa per quanto riguarda la percentuale di giovani che seguono percorsi di istruzione post-secondari.

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Secondo l’Istat, ancora, solo il 48% dei giovani tra i 15 e i 29 anni studia, ancora meno nel Nord Est (45,8%), mentre è il Centro l’area con la più alta percentuale di studenti (51,3%). Il 13,1% dei 18-24enni ha abbandonato prematuramente gli studi, con punte del 16,6% nel Mezzogiorno, mentre il Nord Est è l’area dove il fenomeno assume dimensioni minori (9,9%).

Forbice che si allarga ulteriormente se si confrontano i giovani di nazionalità italiana, fra cui la percentuale di abbandono si attesta all’11%, e quelli di nazionalità straniera, fra i quali sale al 35,4%. Oltre un terzo dei giovani stranieri interrompe gli studi, ben uno su due nel Mezzogiorno. Cifre paragonabili a quelle degli studenti disabili, che secondo la Commissione Europea nel 2019 presentavano un tasso di abbandono scolastico pari al 30%.

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Sono poi due milioni i NEET italiani, pari al 22,2% dei 15-29 anni italiani, che porta il nostro Paese al terzultimo posto fra i Paesi Eurostat, davanti alle sole Turchia (29%) e Macedonia del Nord (24%). La situazione peggiora ulteriormente se si esamina la sola fascia dei 15-24enni, dove i NEET sono ben il 52,8% del totale. La maggior parte dei giovani Neet – manco a dirlo – si trova nel Sud e Isole (56,7%), mentre il dato più basso è nel Nord Est (10,8%).

Un trend drammatico che si amplifica a causa del lavoro sottopagato che non incoraggia le nuove generazioni a cercare la professione desiderata. La soluzione non è di certo il Reddito di cittadinanza, misura assistenziale che non ha dato alcun beneficio in termini di inserimento occupazionale. Serve tagliare il costo del lavoro, investendo su politiche strutturali, senza contare il tema delle pensioni. Un 25enne oggi non ha neppure la certezza di poter andare in pensione.

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