NYT: “Netanyahu ha prolungato deliberatamente la guerra a Gaza per restare al potere”.
Secondo un’approfondita indagine pubblicata dal New York Times, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe deliberatamente ostacolato il cessate il fuoco a Gaza in almeno due momenti chiave del conflitto, nonostante esistessero condizioni concrete per raggiungere un accordo. L’obiettivo? Mantenere il potere e consolidare la propria posizione politica all’interno della fragile coalizione di governo, sempre più dominata da forze dell’estrema destra.
Il quotidiano statunitense, che ha intervistato oltre 110 fonti tra funzionari israeliani, statunitensi e arabi, documenta come Netanyahu, tra il 2024 e il 2025, abbia rallentato intenzionalmente le trattative proprio quando Hamas sembrava più incline a negoziare. Il premier avrebbe insistito per proseguire le operazioni militari, nonostante lo stesso stato maggiore israeliano non ritenesse più strategicamente necessarie ulteriori azioni.
Una tregua era stata concordata nel gennaio 2025, ma Netanyahu l’avrebbe violata già a marzo, cedendo alle pressioni della destra radicale interna al suo governo. Il risultato, secondo il New York Times, è stato un prezzo altissimo in termini umanitari e diplomatici: migliaia di vittime civili palestinesi (le ultime a Rafah, ben 27 morti), ostaggi israeliani che non sono tornati vivi, lo stallo del trattato di pace con l’Arabia Saudita e un deterioramento dell’immagine internazionale di Israele.
Ma se il costo per il Paese è stato enorme, Netanyahu ne avrebbe tratto benefici diretti: ha rafforzato il controllo sul governo, ha evitato indagini sul fallimento dell’intelligence israeliana prima dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e ha mantenuto saldo l’appoggio della sua base, riuscendo persino a pianificare un attacco a sorpresa contro l’Iran.
Persino alcuni tra i suoi alleati più fedeli, riporta il NYT, ammettono che la prosecuzione del conflitto ha avuto come principale effetto quello di garantire la sopravvivenza politica del premier.
foto UN/Loey Felipe
