Libertà religiosa, l’Ue “fa due palle sui principi” e lascia aperti i rubinetti con dittature e Repubbliche delle banane
Violenze, rapimenti, sfollamenti forzati, scuole negate ai bambini, carnefici impuniti. È il quadro che l’eurodeputato polacco Arkadiusz Mularczyk (Ecr) ha descritto in un’interrogazione del 2 settembre, riferendosi alle persecuzioni su base religiosa che colpiscono in alcuni Paesi africani le minoranze, comprese le comunità cristiane e i loro figli. La domanda era semplice: l’Ue, tra i primi partner finanziari del continente, è disposta a legare i suoi soldi al progresso democratico o continuare sulla strada dell’interesse geopolitico e del soft power?
Perchè, in particolare, Bruxelles non subordina l’erogazione dei fondi a progressi reali sulla libertà di religione? Per quale motivo non adotta provvedimenti finanziari verso gli Stati che violano sistematicamente questi diritti, con l’ipotesi di dirottare gli aiuti direttamente alle organizzazioni che assistono le vittime?
Una questione ricorrente che mette in evidenza l’inconsistenza dell’Ue e dei valori da essa promossi a suon di miliardi. Narrazione, difesa oggi dal commissario Jozef Síkela, intervenuto in risposta al provvedimento presentato da Mularczyk: “”La libertà di religione, ha ricordato, è una priorità della politica estera europea. Una violazione può far scattare consultazioni e misure adeguate e ,in ultima istanza, la sospensione della cooperazione. Le condizioni generali dei contratti esterni consentono inoltre di sospendere o risolvere i contratti con chi viola i diritti umani”, sostiene l’esponente della Commissione von der Leyen.
Ma la risposta tace su due punti. Non dice una parola sugli indicatori misurabili, e nulla sulla possibilità di dirottare i fondi verso le organizzazioni che aiutano le vittime. Non cita nemmeno un caso in cui la clausola sia stata davvero applicata. Si ricorda che lo strumento esiste (la famosa Condizionalità dello Stato di diritto, per anni agitata contro l’Ungheria di Orbàn o la Polonia degli ultra conservatori), non che sia mai stato usato dalle istituzioni Ue contro le “Repubbliche delle banane” africane…
È qui che il discorso si fa politico. Una clausola che nessuno attiva resta carta straccia. Bruxelles, come noto, non vuole perdere influenza nel continente davanti alla concorrenza di Cina, Russia e Golfo, per cui i governi inadempienti ricevono comunque fondi e vengono richiamati al “dialogo”. E la reticenza della Commissione alimenta questa lettura.
C’è poi il capitolo trasparenza. Ai contribuenti europei, che quei miliardi li finanziano, non viene detto con quali criteri i fondi siano assegnati, sospesi o mantenuti, né quanto sia stato mai tagliato per violazioni dei diritti umani. In Senegal, per esempio, si danno soldi al governo che manda in galera gli omosessuali.
Resta una domanda che la risposta della Commissione Ue lascia sospesa: se l’Ue non è disposta a chiudere i rubinetti nemmeno davanti a persecuzioni documentate, a cosa servono le clausole che firma?
Foto EC – Audiovisual Service Photographer : Jennifer Jacquemar, Copyright European Union , 2026
