Il mito della “gioventù fragile”: l’ipotesi dell’assistenzialismo emotivo che non fa che deresponsabilizzare i giovani
Un quarto degli studenti italiani guarda al proprio futuro con ansia, paura o profonda incertezza, mentre quasi sei italiani su dieci denunciano l’assenza di supporto scolastico nello sviluppo dell’intelligenza emotiva. Dati dai quali è partito l’ennesimo “ciclo di incontri” nelle scuole secondarie (immaginiamo già la risposta composta dei giovani) con professionisti della salute mentale e “creator” del web.
Tuttavia, di fronte al moltiplicarsi di questi percorsi di “alfabetizzazione emotiva”, sorge un interrogativo di fondo sulla visione pedagogica e sociale che li ispira: questa continua narrazione dei giovani come categoria strutturalmente vulnerabile rischia davvero di aiutarli, o sta finendo per privarli di raziocinio, reattività e spirito di responsabilità?
Il dibattito: tutela pedagogica o rischio di infantilizzazione?
Se da un lato si sostiene che insegnare a dare un nome alle proprie emozioni sia l’unica strada per prevenire fenomeni come il bullismo o la violenza di genere, dall’altro cresce lo scetticismo verso un modello culturale che sembra giustificare ogni fragilità in nome di fattori esterni: dalle scorie della pandemia all’ecoansia, fino alla pressione sociale.
un trend che sta portando, anche di fronte all’evidenza dell’ultima devastazione di Milano, a creare una sorta di “assistenzialismo emotivo” sempre più insostenibile alla luce del contributo che anche i giovani devono dare alla comunità.
A forza di identificare le nuove generazioni come vittime inermi delle proprie ansie, si rischia, con molta probabilità, di sottrarre loro il dovere primario della reazione individuale e del senso del dovere.
Trasformare ancora ogni stato di disagio o di stress – fisiologico nei percorsi di crescita e di affermazione personale – in una condizione da tutelare e “decodificare” rischia di demotivare la fascia d’età che, per definizione storica, dovrebbe rappresentare il motore più reattivo, critico e dinamico della società.
Infine, la sovraesposizione del concetto di fragilità può offrire un alibi permanente di fronte alle sfide scolastiche e professionali, sostituendo la forza del raziocinio e del carattere con la costante ricerca di una giustificazione psicologica.
Siamo contrari, e non abbiamo problemi ad affermarlo, a questa deriva della “giustificazione della vulnerabilità”.
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