15 Ottobre 2026
Erasmus+EuropaPolitica

Erasmus+: il grande bluff europeo del “fare rete”.

Da anni presentato come il fiore all’occhiello dell’Unione Europea, il “programma faro” per i giovani, l’Erasmus+, appare sempre meno come una vera “occasione di crescita, di scambio e di formazione interculturale”. Nella realtà dei fatti, a causa di una deriva decisamente incomprensibile e opaca, l’Erasmus+ è ormai diventato un enorme carrozzone autoreferenziale, dove mediocrità, burocrazia e opportunismo hanno sostituito negli anni entusiasmo, competenza e impatto reale, distruggendo di fatto il settore giovanile.

Operatori giovanili o turisti a spese dell’UE?

Le selezioni per operatori giovanili, rappresentanti del terzo settore o enti pubblici sono ormai un teatro dell’assurdo. Da anni non si riesce più a individuare partecipanti capaci di presentare una buona pratica degna di questo nome — una di quelle esperienze realmente replicabili, con un impatto tangibile sul territorio e sui giovani. Al loro posto, si ritrovano personaggi improvvisati, più interessati a collezionare certificati e selfie che a costruire politiche giovanili efficaci. I cosiddetti “scrocconi del turismo Erasmus+”.

Il risultato? Un sistema sterile, gonfio di parole chiave come “inclusione”, “empowerment giovanile” e “diversità”, ma vuoto di contenuti. Mobilità, sempre più spesso, che si riducono a workshop-farsa, scambi giovanili-fotocopia e corsi di formazione dove l’unico vero prodotto sono le flipchart abbandonate a fine giornata — quintali di carta sprecata in nome di una sostenibilità ambientale solo predicata e mai praticata.

L’industria “dell’inclusione del nulla”.

Dietro la facciata dell’Europa dei giovani si nasconde una macchina che brucia miliardi di euro per alimentare una nuova forma di turismo sovvenzionato. Erasmus+, vale la pena rimarcarlo, è diventato il paradiso dei viaggiatori “in nome dell’Ue”.

In un contesto dove la qualità è ormai un concetto evanescente, la discrezionalità e il privilegio hanno preso il posto della valutazione meritocratica. Gli stessi progetti, gli stessi nomi, le stesse agenzie nazionali che promuovono se stesse in un circolo vizioso di autoreferenzialità (da antologia gli infoday Erasmus+ ed Esc) mentre l’impatto reale sui giovani e sui territori resta prossimo allo zero.

Tra woke, scrocconi e improvvisatori.

Non mancano le note grottesche: i “woke warriors” pronti a trasformare ogni dialogo in un tribunale ideologico; gli scrocconi cronici che vedono nei progetti europei solo un modo per farsi un viaggio gratis; e i soliti “poco usciti” che, in nome dell’interculturalità, finiscono per rinforzare stereotipi e malintesi.

Un panorama dove il confronto è bandito, l’autocritica è reato, e il pensiero critico viene sostituito da un lessico prefabbricato: “safe space”, “team building”, “active citizenship”. Tutto si riduce, ormai, a un rituale vuoto che serve solo a giustificare budget, missioni e rendicontazioni.

La distanza dalla realtà.

In un contesto nazionale e internazionale, dove l’uomo della strada fatica a chiudere il mese, l’Unione europea, quindi, continua a riversare miliardi in un sistema che non parla più ai cittadini, ma solo a sé stesso, confermando un perfetto esempio di quella burocrazia “paracula” che si autoalimenta, fatta di agenzie nazionali e organizzazioni giovanili prive di un reale senso di servizio pubblico.

La retorica dell’inclusione e della cittadinanza attiva non basta più a nascondere il vuoto. Perché un programma che nasce per creare opportunità e finisce per premiare conformismo e mediocrità non è un “programma faro”: è un faro spento, un simbolo di come l’Europa sappia spesso raccontarsi benissimo senza alcuna consistenza.

foto National Erasmus+ Office Israel