3 Novembre 2026
Politica

Insicurezza a Cagliari: e se lo Stato, oltre ai genitori e gli immigrati, fosse il grande assente?

Dopo l’ultimo fine settimana, a Cagliari la paura ha un elenco preciso: la giovane molestata in via Roma, il furto in Corso Vittorio Emanuele, la rapina in piazza Yenne, le risse nel cuore della città. Ristoratori e residenti, dalla Marina a Stampace esasperati e lavoratori della notte che temono perfino il tragitto verso casa a fine turno.

Si discute, giustamente, di genitori che faticano a educare figli e figlie, di una socialità sempre più violenta, di una città che cambia per effetto dell’overturism del turismo povero di crociere e “ossessionati dal laow cost”. Tutto vero. Ma è sufficiente? Non è che, accanto al disagio educativo, al provincialismo della gestione locale del turismo, ci sia anche un’altra matrice comune, meno evocata perché più imbarazzante per chi governa: l’assenza dello Stato?

La polveriera alle porte della città.

Basta guardare a Monastir, a pochi chilometri dal capoluogo. Nell’ex scuola della Polizia Penitenziaria convivono un Cas e un hotspot. Da mesi, come denunciato dal sindacato ANIA-Città Sicura, su una popolazione di oltre 800 ospiti (su una capienza nominale di 300), a gestire l’ordine (per quello che si può) sono circa 12 poliziotti operanti in un impianto privo di reali divisioni strutturali tra Cas e hotspot e, fino a qualche settimana fa, l’ingresso e l’uscita dal centro era “presidiato” per poche ore al giorno.

Intanto gli sbarchi dall’Algeria non si fermano: 166 persone in due giorni nel solo Sud Sardegna. Un fiume di persone che, da tempo, sta moltiplicando i problemi dentro e fuori la struttura. Ma chi dovrebbe garantire l’ordine – lo Stato governato oggi dalla coalizione di centrodestra – come risponde? Con pochi uomini, con un Prefetto vicario da mesi, mantenendo il Cas e l’Hotspot in condizioni disumane ( masserizie e sporcizia regnano), solo per citare alcuni dei tanti problemi. Quanto è credibile pretendere sicurezza in città , e nei comuni interessati dal fenomeno della mobilità di un numero sempre più crescente di ospiti del campo di Monastir, quando il principale punto di pressione del territorio è lasciato in queste condizioni?

Poi c’è la questione della Prefettura. Il prefetto è il rappresentante del Governo sul territorio e presiede il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, cioè il luogo in cui si decide dove mandare pattuglie e rinforzi. Il tema, sollevato da più parti, è quello di una nomina da completare e di una guida da assicurare con continuità, in un momento in cui il capoluogo avrebbe bisogno di una regia piena. E il Consiglio dei ministri (dal 1° settembre) non procede con una nuova nomina. Che non sia una priorità del Governo la sicurezza nel Sud Sardegna?

Il paradosso del centrodestra “non più muscolare e draconiano”.

Ed ecco il paradosso. Il centrodestra governa con una promessa: sicurezza. Decreti, pacchetti, toni fermi, la narrazione di un’Italia finalmente protetta. I “muscolari draconiani ossessionati dalla sicurezza”, come li si descrive, si ritrovano però a gestire un hotspot al collasso e una Sardegna che, nei fatti, sembra la periferia dei loro slogan.

Una cosa va ricordata, perché spesso si dimentica: la gestione dell’ordine pubblico e il presidio del territorio non spettano al Comune, ma al Governo. Il sindaco può fare molto, dall’illuminazione alla polizia locale fino alle politiche sociali, ma non può schierare le forze dell’ordine né decidere gli organici di Questura e carabinieri.

Il sospetto dei detrattori e le Politiche 2027.

I maligni, a questo punto, si spingono oltre. Pensano che non sia sempre incuria. Che un’insicurezza percepita, con lo straniero come bersaglio, sia un potente catalizzatore di consenso, soprattutto in seggi come il Sud Sardegna, dove il voto è contendibile. Una “non gestione della sicurezza” che, vista da certe angolazioni, produrrebbe dividendi elettorali. È un sospetto, e come tale va trattato: non c’è prova di un disegno, solo una coincidenza di fatti che chiede spiegazioni. Spiegazioni che spettano a chi governa. Nel frattempo, però, è pacifico pensare che una delle economie più forti del mondo e con oltre 300mila agenti delle forze dell’ordine possa essere scacco di qualche decina di “disperados che non fuggono da alcuna guerra” in arrivo da Annaba ed El Kala, in Algeria.

Non si tratta di assolvere nessuno, né di negare che esista un problema educativo e sociale. Si tratta di chiedere se il cittadino che oggi ha paura di tornare a casa sappia chi dovrebbe garantirgli sicurezza, e se sappia che, in gran parte, quel compito è in capo a chi promette , oggi, “più sicurezza per tutti”.

foto Governo.it