23 Settembre 2026
Politica

Sardegna, mentre l’Isola brucia il Consiglio regionale discute di … videoconferenze nei comuni

C’è una Sardegna che aspetta risposte su spopolamento, sanità territoriale, dissesto idrogeologico, crisi idrica, disoccupazione giovanile, trasporti. E poi c’è la Sardegna che, secondo la proposta di legge n. 214 depositata il 25 giugno scorso da nove consiglieri regionali della maggioranza di centrosinistra, ha un problema ben più pressante da risolvere: impedire ai sindaci di partecipare in videoconferenza alle sedute dei consigli comunali.

Il testo, sei articoli in tutto, parte da una premessa solenne: “nelle assemblee elettive si è presenti”. Bello slogan, verrebbe da dire, se non fosse che a fronte di questo afflato quasi filosofico sul valore della presenza fisica, la relazione tecnica finanziaria che accompagna la proposta certifica, nero su bianco, che la legge non produce alcun effetto pratico misurabile: nessuna nuova entrata, nessun nuovo onere, nessuna assunzione, nessun investimento. Un impianto normativo costruito, per stessa ammissione dei proponenti, per “ridurre, non ampliare” il ricorso a uno strumento che oggi è già regolato, pur in modo disomogeneo, dai singoli enti locali.

Se poi a pontificare è un Consiglio regionale che lavoro poco e male, l’impressione è che si debbano aspettare le prossime elezioni per porre fine a tanta dabbenaggine.

Andando oltre le questioni di principio, il problema che la proposta di legge dice di voler risolvere, cioè la presunta deriva verso consigli comunali “a distanza” con sindaci collegati dal salotto di casa, non risulta essere in cima alle preoccupazioni di nessun sindaco sardo, di nessuna associazione di categoria, di nessun cittadino. La relazione dei proponenti stessa ammette che oggi le sedute da remoto sono ammesse solo dove i singoli comuni le abbiano disciplinate con un regolamento: un tema, insomma, di ordinaria amministrazione locale, già gestito con l’autonomia regolamentare che la Costituzione riconosce agli enti locali, e che qualcuno ha evidentemente ritenuto meritasse una legge regionale dedicata, un articolato di sei articoli, una relazione tecnica e il passaggio obbligatorio in Consiglio delle autonomie locali.

Nel frattempo, i veri nodi strutturali dell’isola restano lì dove sono da anni. La sanità territoriale in affanno, con liste d’attesa infinite e ospedali periferici che chiudono reparti per mancanza di personale. Lo spopolamento dell’entroterra, che ogni anno svuota decine di paesi. La crisi idrica ricorrente, che ogni estate mette in ginocchio interi territori. Il costo dell’energia e dei trasporti, che pesa su famiglie e imprese isolane più che altrove in Italia. Su nessuno di questi fronti la maggioranza regionale ha prodotto, negli ultimi mesi, un provvedimento con lo stesso livello di dettaglio, di articolazione tecnica e di attenzione mediatica dedicato a stabilire quando un consigliere comunale possa collegarsi in videochiamata invece di sedersi fisicamente in aula.

Certo, va detto per onestà che i proponenti non sono privi di argomenti: richiamano il principio, non peregrino, secondo cui la partecipazione fisica alle assemblee elettive garantisce pienezza del confronto, pubblicità dei lavori e controllo reciproco tra le forze politiche, e citano il fatto che né la Camera né il Senato abbiano mai introdotto il voto a distanza nemmeno nel pieno della pandemia. È un argomento istituzionale legittimo, e la proposta lascia comunque salva la possibilità di collegamento da remoto per situazioni di reale impedimento , maternità, malattia, cura di familiari, rimettendone la disciplina di dettaglio ai regolamenti dei singoli enti.

Ma è proprio qui che la contraddizione si fa più stridente: se il principio di fondo , la presenza fisica come regola, l’eccezione motivata come deroga, era già sostanzialmente quello adottato in autonomia da molti comuni sardi, e se la stessa relazione tecnica certifica che la legge non cambierà nulla sul piano delle risorse né, a ben vedere, sull’organizzazione concreta dei comuni virtuosi, resta da capire quale urgenza politica reale abbia spinto nove consiglieri di maggioranza a impegnare tempo, uffici legislativi, passaggi in commissione e parere obbligatorio del Consiglio delle autonomie locali su una materia che, con ogni evidenza, non stava producendo alcuna emergenza degna di questo nome.

La sensazione, insomma, è quella di un’aula che trova il tempo per normare col bisturi un dettaglio procedurale dei consigli comunali, mentre i problemi che davvero incidono sulla vita quotidiana dei sardi restano, ancora una volta, rinviati all’agenda di domani.