Europa

Washington detta la linea a Caracas: Trump minaccia il Venezuela e impartisce ordini a uno Stato sovrano.

Gli Stati Uniti tornano a vestire i panni del tutore globale, arrogandosi il diritto di stabilire cosa sia “giusto” per un Paese sovrano. Il presidente americano Donald Trump ha lanciato un monito esplicito alla nuova presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodríguez: se non si adeguerà alle indicazioni di Washington, “pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di Maduro”.

La minaccia, pronunciata in un’intervista telefonica a The Atlantic, arriva all’indomani dell’operazione militare statunitense che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores. Un’azione che Trump ha rivendicato senza mezzi termini, arrivando a dichiarare l’intenzione degli Stati Uniti di “gestire temporaneamente” il Venezuela, anche con l’impiego di truppe americane… passano i decenni ma i campioni di democrazia americani si confermano.

Dopo la cattura di Maduro, trasferito in un centro di detenzione a New York con accuse di narcotraffico respinte da Caracas, la Corte Suprema venezuelana ha indicato Rodríguez come presidente ad interim. Ma per la Casa Bianca non si tratta di una decisione sovrana: Trump ha chiarito di non tollerare quella che definisce la “sfida” di Rodríguez all’intervento armato statunitense.

Il cambio di tono è stato repentino. Solo poche ore prima, lo stesso Trump aveva elogiato Rodríguez, sostenendo che fosse pronta a collaborare con Washington e ad accettare una sorta di commissariamento del Paese. “È disposta a fare ciò che riteniamo necessario per rendere il Venezuela di nuovo grande”, aveva dichiarato, appropriandosi persino della retorica politica americana per descrivere il futuro di un’altra nazione.

Rodríguez ha respinto con fermezza questa narrazione, riaffermando la sovranità del Paese e la volontà di difenderne le risorse naturali. “Non saremo mai più una colonia”, ha dichiarato, chiedendo il ritorno di Maduro e confermando la continuità delle politiche del governo deposto.

Nonostante ciò, Trump ha rilanciato, evocando apertamente un cambio di regime e una possibile seconda ondata di interventi militari. “Ricostruire, cambiare regime, chiamatelo come volete: è comunque meglio di quello che c’è adesso”, ha affermato, liquidando con disinvoltura le conseguenze di un’ulteriore destabilizzazione.

Parole che contrastano con le posizioni espresse dallo stesso Trump in passato, quando criticava le guerre di “nation building” e prometteva di non rovesciare governi stranieri. Oggi, invece, il presidente americano giustifica l’azione in Venezuela come un caso a sé, riaffermando una visione egemonica del continente americano, rivisitazione moderna della Dottrina Monroe, ribattezzata da lui stesso “Dottrina Donroe”.

Dunque, ancora una volta, gli Stati Uniti si presentano come arbitro e giudice del destino altrui, trasformando la forza militare e le minacce politiche in strumenti ordinari di politica estera, mentre il principio di sovranità nazionale resta subordinato alla volontà di Washington.

Un nuovo ordine mondiale sostanzialmente multipolare è sempre più necessario.

foto Courtesy of the White House