7 Marzo 2026
EuropaPolitica

Von der Leyen scopre la competitività, dopo anni passati a finanziare armi e regimi autoritari.

“L’Europa deve tornare competitiva”, dice Ursula von der Leyen, intervenuta, con tono solenne, nell’aula di Strasburgo. Peccato che a pronunciarlo sia la stessa leadership che per anni ha orientato le politiche dell’Unione più verso la produzione di armamenti e il sostegno a governi poco trasparenti che verso industria, ricerca e inclusione. Ma nello “speech della svolta” tutto questo scompare, come se negli ultimi anni si fosse operata una generale rimozione delle fallimentari politiche Ue.

La presidente della Commissione ha dipinto un’Unione determinata a rilanciare economia e mercato unico, trasformando i rapporti Draghi e Letta in un piano d’azione: Clean Industrial Deal, fabbriche di intelligenza artificiale, nuovi accordi commerciali, semplificazione burocratica. E soprattutto – rivendicato con orgoglio – “il più grande aumento degli investimenti per la difesa della nostra storia”. Una curiosa idea di competitività per un continente che, mentre predicava pace e transizione verde, riempiva arsenali e firmava assegni a Stati dove opposizione e libertà di stampa sono concetti chiamiamoli elastici.

Von der Leyen, nel suo discorso, ha poi insistito sul commercio come chiave dell’indipendenza europea, elencando trionfalmente gli accordi con Messico, Indonesia, Svizzera, Mercosur e India, definito come “la madre di tutti i deal”. Mercati sterminati, certo, ma anche partner dove i diritti sociali e ambientali non sono esattamente una priorità. Dettagli che non turbano l’entusiasmo di Bruxelles, più attenta alla forma che alla sostanza.

Poi c’è il mercato unico, descritto (d’altronde la von der Leyen spinge per la semplificazione a scapito della trasparenza) come un motore con il freno a mano tirato. La ricetta? “EU Inc”, un regime giuridico paneuropeo che promette di aprire un’azienda in 48 ore. Annuncio suggestivo, mentre le piccole imprese continuano a lottare con bollette esplosive, costo del credito alle stelle, bandi non accessibili e un quadro normativo che l’Unione ha contribuito a rendere labirintico.

Sul fronte energetico la presidente riscopre l’ovvio: “Il gas costa più delle rinnovabili”. Un’illuminazione tardiva per chi, fino a ieri, difendeva le sanzioni che hanno fatto impennare i prezzi e la dipendenza da fornitori “amici” d’oltreoceano. Ora la parola d’ordine è “Unione dell’energia”, con autostrade elettriche e isole eoliche nel Baltico: progetti utili, ma che non cancellano anni di scelte contraddittorie.

Immancabile il capitolo sulla semplificazione: “Le imprese spendono in burocrazia quanto in ricerca”, ammette von der Leyen. Scoperta sensazionale per un’Europa che ha prodotto direttive a raffica mentre delegava agli Stati la corsa agli armamenti e il sostegno a governi partner dalla democrazia intermittente.

Il finale è un appello all’urgenza e all’unità. Parole che suonano quasi ironiche se pronunciate da chi ha trasformato l’Ue in un attore geopolitico (poco) muscolare, pronto a finanziare guerre per procura ma molto meno a difendere salari, welfare e libertà civili dentro e fuori i propri confini. Competitività, dunque: ma di quale Europa sta parlando la presidente? Di quella dei cittadini o di quella deibig player dell’industria militare e dei regimi autoritari?

foto Carlo Bressan, European Union, 2021 Copyright. Source: EC – Audiovisual Service